The Fresh Prince of Golos Angeles

Dopo essermi reso conto che i giovini d’oggi non conoscono la golden era dell’Hip Hop degli anni ‘90, mi sono sentito in dovere morale di fare una compilation del suddetto genere nella suddetta era. Terminato di scegliere i brani, ho pensato che potrei sfornarne molte altre di simili compile. La scelta dei brani infatti è stata durissima e mi sono reso conto di aver tralasciato quintali di pezzi di storia. Specialmente per quanto riguarda le canzoni in italiano, sentitevi onorati e ascoltate con il dovuto rispetto perché vi trovate davanti ad alcune vere e proprie perle rare; oltre che a dei veri e propri piez’e core. Ho scelto canzoni che strizzano l’occhio al grande pubblico, canzoni che strizzano l’occhio ai b-boy fieri, canzoni che strizzano l’occhio forse solo a me.
Le canzoni ci portano indietro in un decennio nel quale tutto era più genuino, tutto era più spontaneo, tutto era, in definitiva, più bello. Come? sto parlando come un vecchio? Ma come vi permettete! Non perdete altro tempo e scaricatevi The Fresh Prince of Golos Angeles (20 canzoni per un’ora, ventisette minuti e trentanove secondi e 139,7 MB).
- Ammazzo Il Tempo - Alien Army
- Who Am I (What’s My Name)? - Snoop Dogg
- Potere Alla Parola - Frankie Hi – NRG MC
- So What’cha Want – Beastie Boys
- Notte Tempo - La Comitiva
- Blind – Company Flow
- You Got Me – The Roots feat. Erykah Badu
- Protect Ya Neck - Wu Tang Clan
- Clima Di Tensione – Sangue Misto
- Rosa Parks – Outkast
- Meglio Che Scendi - Kaos
- Insane In The Brain - Cypress Hill
- Woo Hah!! (Got You All In Check) – Busta Rhymes feat. Rampage
- Il Tipo Di Persona - Bassi Maestro
- Scenario - A Tribe Called Quest
- Il Cielo Su Roma - Colle Der Fomento
- Can’t Truss It - Public Enemy
- Jump Around - House Of Pain
- Quando Meno Te L’aspetti - Otierre
- Trilogia Del Tatami - Melma & Merda
Buona sicurezza a tutti
Prendiamo per esempio questa nuova religione pagana, la religione della sicurezza totale. Ora vi dico una cosa: la sicurezza totale non esiste. Ossia, i politici possono fare tutte le leggi per la sicurezza che vogliono, ma la sicurezza totale che vogliono darvi a bere è un mito; non esiste e mai esisterà.
Meglio la Nonciclopedia?
Questi veneti, che da poco più di un anno regalano il loro tempo libero a questa idea, non hanno mai inneggiato ad alcun concetto di supremazia, superiorità, razzismo o qualsivoglia spirito di esclusione verso altri abitanti dello Stato che attualmente li controlla o verso abitanti di qualsiasi altra entità. Anzi, hanno ricordato spesso che la tolleranza, l’apertura repubblicana e anche democratica è in totale e forte sintonia con la tradizione di questa terra.
Non a caso il presidente di questo gruppo, che si chiama Partito Nazionale Veneto, poiché di Partito politico organizzato e di movimento per la ricomposizione dello Stato Nazionale Veneto si tratta, non è nemmeno nato e cresciuto in Veneto: è genovese. Quale migliore conferma, qualora ve ne fosse stata necessità, della totale apertura di un partito simile. Inoltre tra i suoi militanti figurava anche una persona di origini brasiliane, morta in un incidente aereo, ma candidata con passione alle ultime elezioni proprio nelle liste di questo partito.
Un partito che ha subito una curiosa e accanita campagna di controlli, ispezioni e perquisizioni da parte delle Forze Armate dello Stato Italiano con il pretesto di una presunta firma non confermata per le sue liste elettorali.
Questa storia sussurrata è quindi piena di sorprese: un partito che chiede l’Indipendenza presieduto da un cittadino cresciuto in un’altra regione, con militanti di ogni estrazione, anche extra-europea, uniti da un preciso impegno pacifista, determinati a seguire un cammino legale…ebbene questo partito viene indagato, perquisito, intimidito nella sua legale, pacifica e soprattutto legittima attività politica fatta senza gridare, senza insultare, senza offendere nessuno, ma anzi inneggiando con toni positivi alle qualità e ai vantaggi per tutti di una Repubblica Indipendente della Venetia. Il discorso politico di questo gruppo di persone si è sempre concentrato, dopo una professionale analisi dei pericoli economici attuali, nell’offrire una alternativa di sviluppo economico, politico e sociale per una Nazione veneta che ha al suo interno una forte carica propulsiva cui attinge proprio nella sua cultura.
A fronte di questo impegno, rinfrancata da primi risultati elettorali ovviamente modesti visto il pochissimo tempo e limitate risorse oltre alla censura mediatica di fronte anche a notizie di cronaca di ovvio interesse pubblico (perquisizioni, morte di una candidata in un incidente aereo di rilevanza internazionale, una campagna elettorale non priva di una certa originalità comunicativa), e oltre all’accanimento delle Forze Armate, si presenta anche un tentativo di censura da parte di un sito enciclopedico su Internet che – ovviamente motivato da diverse e più intolleranti posizione politiche – chiede di oscurare il semplice riferimento al Partito Nazionale Veneto poiché ha preso pochi voti (!).
Io non so come funzionino le cose all’interno della Wikipedia in lingua italiana, ma sinceramente non riesco a capire il perché si voglia cancellare un partito che esiste. Mi sembra che vada decisamente contro lo spirito enciclopedico. Non so, magari non ho capito niente io, può essere.
Libri liberi: viva Liberilibri!
Se in una intervista (a proposito: che scandalo che nessuno, tranne Wired, mi abbia mai intervistato!) mi dovessero chiedere quale casa editrice è la mia preferita, io non avrei dubbi nel rispondere Liberilibri.
Liberilibri è una piccola casa editrice di Macerata, è nata nel 1986 per iniziativa di Aldo Canovari e Carlo Cingolani ed è, semplicemente, un patrimonio inestimabile per gli amanti della Libertà. Questa casa editrice è una fonte unica per chi vuole conoscere o approfondire la sua conoscenza sul pensiero liberale e libertario. Grandi classici o frizzanti novità altrimenti ignorati dal mercato in lingua italiana, qui trovano posto. Volete Per una nuova libertà? C’è. Volete Difendere l’indifendibile? C’è. Volete La libertà e la legge? C’è. Volete Le serate di rue Saint-Lazare? C’è. Volete L’ingranaggio della libertà? C’è. Volete La terza America? C’è. E via discorrendo, da Liberilibri c’è una biblioteca libertaria di grandissimo spessore che aspetta solo di essere letta. Libri, inoltre, con una bella veste grafica minimalista e carta di buona qualità.
L’unica nota negativa riguardo Liberilibri è che sul suo sito si possono comprare libri solo in contrassegno. Fossi in loro, darei anche la possibilità di pagare con carta di credito e, meglio ancora, Paypal. In questo modo eviterei di rompere le palle a FdC ché gli arrivano i miei pacchetti in ufficio
No Guns for Negroes

Laws that forbid the carrying of arms disarm only those who are neither inclined nor determined to commit crimes
Thomas Jefferson
Di solito, chi è per una decisa restrizione al possesso delle armi pensa che questo possa essere utile per limitare la violenza. Non si pensa mai, invece, che in questo modo l’autodifesa della persona viene meno e si è esposti alla violenza dei malintenzionati. Sinceramente, non vedo un solo motivo che mi faccia ritenere sbagliato il difendermi se un aggressore si intromette senza il mio permesso in casa mia. In Italia no, questa è eresia: devi per forza aspettare il salvifico intervento delle forze panzone dell’ordine, il giorno dopo. Inoltre, se anche possiedi un’arma con un porto d’armi e la usi per difenderti, stai sicuro che verrai processato per eccesso di legittima difesa. Attenzione, il mio non vuole essere un discorso da macho o da amante delle armi. Io sono una persona così marziale che non uccido nemmeno le falene quando entrano in casa ma le prendo e le libero fuori. Mi piacerebbe solamente che provaste a fare il ragionamento contrario: perché il mio diritto all’autodifesa deve essere in pratica annullato dal controllo sul possesso delle armi da fuoco? Perché lo Stato mi toglie il diritto all’autodifesa? Semplicemente, lo Stato permaloso non vuole che il suo inefficiente monopolio sulla sicurezza venga intaccato e quindi ci vieta di badare a noi stessi. Di solito, si dice che se tutti avessero un’arma si vivrebbe nel Far West (anche se bisognerebbe indagare bene su cosa è stato in realtà il Far West e non fermarsi solo ai film) e cadremmo nella situazione da jungla che ci dovrebbe essere negli Usa. Nessuno però fa mai l’esempio del Canada o della vicina Svizzera, paesi nei quali la diffusione delle armi da fuoco e pari o superiore che negli Usa. Forse allora il problema non è tanto della pistola in sè?
Negli Usa ultimamente si è tornati molto a parlare di gun control. Un aspetto che non viene mai tirato fuori e al quale, probabilmente, molti favorevoli in buona fede al gun control nemmeno sono a conoscenza è che questa voglia di limitare il possesso di armi da fuoco negli Usa ha una storia razzista. D’altronde, è una cosa logica: quando vuoi schiavizzare una popolazione, la prima cosa che devi fare è impedirle di armarsi. Succedeva ieri e succede ancora oggi. Vi consiglio caldamente di guardare il filmato di venti minuti riportato qua sotto perché scardina molti luoghi comuni con i quali siamo bombardati da una vita. Vi invito a riflettere su questo tema e vi invito a non pensare in termini semplicistici. Una popolazione disarmata è una popolazione schiavizzata. Questo valeva secoli fa e, checché ne pensiate, vale ancora oggi. Con questo non voglio dire che auspico il libero acquisto e il libero possesso di armi da fuoco affinché scoppi una rivolta popolare, assolutamente. Dico solo che lasciare le persone alla totale mercé del potere statale non è mai una cosa totalmente raccomandabile; chiedetelo ai neri statunitensi. Mi verrebbe provocatoriamente da pensare che forse oggi siamo tutti un po’ negroes.
Io non sono un amante delle armi ma sono un amante del mio diritto sacrosanto a difendere me e la mia proprietà dalle aggressioni. Come si dice nella seconda parte del filmato: we’ve got to tell the other side of the story.
Bene, ora mi aspetto le accuse di pazzia e le prese in giro. Dato che non ne ho bisogno, vi pregherei di astenervi dallo scrivere nei commenti se il vostro scopo è quello.
Gandhāra
Voglio raccontarvi di un posto meraviglioso e incredibile.
Gandhāra è il nome di un antico, importante e glorioso regno situato nel nord dell’odierno Pakistan e nell’est dell’odierno Afghanistan. Aveva il proprio centro nella valle di Peshawar e le sue città più importanti sono state Purushapura (l’odierna Peshawar), Takshashila (l’odierna Taxila) e Pushkalavati (l’odierna Charsadda). La storia e la cultura del Gandhāra sono enormemente affascinanti e totalmente tralasciate dai patetici programmi scolastici di storia; il cui unico scopo, parere personale, sembra essere quello di non far capire nulla.
Nel 327 aC Alessandro Magno (356 aC – 323 aC), nella sua corsa verso l’India, conquista tutti i piccoli regni nel quale si era frantumato il Gandhāra (dopo la fine dell’egemonia persiana nella regione attorno al 380 aC). Successivamente, il Gandhāra viene a far parte del grande impero pan-indiano Maurya fondato da Chandragupta (c. 340 aC – c. 240 aC, una teoria vuole che lo stesso Chandragupta sia originario del Gandhāra). Intorno al 180 aC, favorito dal declino dell’impero Maurya, il Gandhāra viene conquistato dal sovrano greco Demetrio I di Battria (tra le altre cose, uno dei primi greci a convertirsi al buddhismo) e questo segna l’inizio del regno indo-greco. Nel 75 aC è la volta dei Kushan, una popolazione proveniente dall’Asia Centrale, che si impadronisce del potere. I Kushan adottano sia la cultura greca che quella indiana, una parte si converte al zoroastrismo e un’altra al buddhismo. Il periodo Kushan è considerato l’età dell’oro del Gandhāra, il cui picco massimo si raggiunge con il re Kanishka (128–151). Kanishka è un protettore del buddhismo e sotto il suo regno il Gandhāra diventa un luogo di irradiazione di questa religione verso l’Asia Centrale e la Cina (il primo buddhismo cinese deve tutto al Gandhāra).
Quello che rende meraviglioso il Gandhāra, come forse avrete capito, è questa splendida unione di cultura ellenistica e cultura indiana e buddhista. Molti pensano che questa interazione tra cultura greca e cultura buddhista possa aver favorito la nascita del buddhismo mahayana (il buddhismo attualmente dominante e dal quale sono nate un’infinità di scuole) che è caratterizzato, in estrema sintesi, dall’aver fatto del buddhismo una religione canonica con delle vere divinità e una alta speculazione filosofica. Inoltre, bisogna ricordare, che è proprio in Gandhāra che si riscontrano le prime rappresentazioni in forma umana del buddha. L’arte greco-buddhista è caratterizzata quindi dal realismo dell’arte ellenistica e da soggetti della religione buddhista. Queste rappresentazioni, e in generale tutta l’arte greco-buddhista, hanno fatto da modello per l’arte buddhista in luoghi anche molto lontani, come la Corea e il Giappone. Basti pensare che, per esempio, a Nara in Giappone c’è un tempio buddhista chiamato Hōryūji (tra l’altro, il più antico edificio ligneo al mondo, 711 dC) le cui colonne del portale mediano presentano l’entasi.
Purtroppo la demenza e la follia di certi devoti islamici (con i quali molti bramano il dialogo) ci ha privato di alcune opere maestose. In Gandhāra passava la Via della seta e questa zona dell’Asia ha sempre avuto un ruolo strategico (politico e militare) fondamentale tra est e ovest. In Gandhāra, insomma, due civiltà si sposarono e i loro frutti, nonostante la voglia distruttrice di una parte consistente della civiltà che è venuta dopo a risiedere in quelle zone, sono tra noi sotto forma di manufatti e sotto forma di idee. Il Gandhāra è stato un grande luogo che meriterebbe uno spazio maggiore nello studio della storia.
Quando in tv guardate la miseria, la morte e il dolore che oggi piegano città come Peshawar o la valle dello Swat, ricordatevi che un tempo quei posti erano la sede di una grandissima civiltà globalizzata, che quei posti un tempo erano veramente il centro del mondo. Pensate a questo e dopo deprimetevi ancora di più nel constatare come sono ridotti ora.


Keep On With The Force Don’t Stop. Don’t Stop ‘Til You Get Enough
La prima cassetta che mi sono doppiato da un mio amico è stata Off the Wall. Un album che ha la mia età.
Mon Brespà
Io ho un compito ben preciso: sono un infiltrato. È uno sporco lavoro ma, come si usa dire, qualcuno lo deve pur fare. È un lavoro pericoloso perché sei sempre lì lì per essere scoperto, ma sento che questa è la mia missione. Io sono un infiltrato tra i liberals fighètti, tra i giovini con la maglietta di Guevara, tra i radical-chic cittadini, tra gli amanti della collettivizzazione, tra gli adoratori della redistribuzione sociale. Il mio compito è andare là dove c’è un gruppo di supporters del socialismo statalista e, molto pacatamente e molto serenamente, inculcare qualche dubbio, provare a gettare qualche seme individualista, saggiare se esiste un potenziale libertario. Ripeto, è un lavoraccio ma ogni tanto qualche soddisfazione la si ottiene.
Per fare l’infiltrato, ovviamente, devo essere camuffato. Per questo, unicamente per questo (e non, come dicono i maligni, a causa della crisi dei trentanni) mi sono preso una Vespa GTS 250 i.e.; perché cosa c’è di più fighètto di andare in giro in Vespa? In onore alla gauche caviar e al mio sforzo per apprendere la lingua statalista per eccellenza, ho deciso di chiamarla in franco-veneto Mon Brespà.


Ovviamente, va bene il camuffamento, ma deve esserci sempre qualcosa, un segnale per iniziati, che serva a far capire ai consimili chi sono in realtà. Questo segnale può anche assumere le forme di una specie di santino, una figura, un simbolo che possa anche richiamare l’attenzione degli statalisti, per far nascere in loro una sorta di curiosità. Ebbene, ovviamente mi sono premunito di un bumper sticker e non l’ho posizionato sfacciatamente, ma in modo garbato.

Insomma, non è meravigliosa la mia nuova Vespa??
Not only should libertarians support gay marriage, but of course they should
Why am I for gay marriage? First, I’ve never been even slightly homophobic, despite the presumptions of prejudiced “enlightened” liberals (after all, I am from the South!). So that didn’t play into the gay marriage issue for me. I was initially somewhat opposed to gay marriage, but not for the standard reasons about it “damaging” the “institution of marriage” and all that malarkey, but because I feared (a) it would instantly grant more positive rights to gay couples, and (b) it was the thin end of the wedge and would be used to argue next for anti-discrimination law being applied to gays, which I of course did and do oppose. I still agree with these concerns, but they are not dispositive.
The basic case for gay marriage is this: in a private order the state would not be involved. Contracts would be enforced by the private legal system, including contracts incidental to consensual regimes such as marriage. Marriage would be a private status recognized socially, with contractual and related legal effects: co-ownership defaults, joint liability presumptions, guardianship assumptions, medical decision and visitation rights, alimony or related default considerations upon termination, and the like. Initially religions and societal custom would regard only heterosexual unions as marriage, but eventually, with secularization of society, gay couples would start being more open, and referring to their partners as spouses, and have “wedding ceremonies.” At first mainstream society would be reluctant to accept homosexual unions in the concept or term “marriage,” but I suspect that politeness, manners, increasing exposure to and familiarity with open homosexuals (co-workers, family members), and increasing cosmopolitanness and secularization of society would result in an initially grudging including, finally more complete inclusion, perhaps always with a bit of an asterisk among some quarters. Or maybe not, but I think so. In any case the contractual regimes associated with any type of consensual union would be recognized and enforced legally, whether between hetero couples, homosexual couples, spinster sisters, frat buddies, group unions, whatever. The hetero couples, and perhaps one-man-many-wife groupings, would be referred to as marriages, the members as husband and wife. Perhaps the partners in a homosexual union would be referred to as married and spouses; perhaps not. I think so, eventually, but it’s irrelevant. There would be no legal battle; capitalist acts among consenting adults would be given legal effect, no matter what the accessory union is named.
But. The state is involved. Even now I think the state should not be involved in marriage, even if it insists on monopolizing the legal system. Ideally, the state should get out of the marriage business and enforce whatever contractual arrangements are ancillary to voluntary unions, whatever the members, whatever society, calls these various unions.
But for now, the state monopolizes the laws and regulations governing co-ownership, child-guardianship and custody issues, medical and death-related decisions and visitation, and the like. And it insists on pigeon-holing the relationships that it will give full contractual effect to in the “marriage” category (which means only that the state uses the word “marriage” in the caption of the statutes giving effect to the consensual arrangements of individuals). So be it. If the state is going to monopolize the legal and court system, if it is going to insist on labeling as “marriage” any relationship whose contractual incidents it will deign to recognize legally, then of course it has no right to deny this to gay couples who wish to have the civil aspects of their relationship legally recognized.
Yes, it’s true, this will probably end up with gays getting included in anti-discrimination laws. So what. Abolish the anti-discrimination laws, then.
As for Christian fundamentalists who are so worked up about this: who cares what word the state uses in the caption of the statute giving legal effect to private parties’ contracts? If you are opposed to this, stop supporting the state and positive law. (And if you hate evolution being taught in public schools–stop sending your kids there; stop supporting taxation, democracy, the state, and public schools.)
As for the complain that gay marriage will “harm marriage”–first, nonsense. How is any person’s marriage harmed by the choice of word used in the caption of artificial law made by a criminal state? Second, even if it does harm the “institution” of marriage, this is the result of the state monopolizing this area, or of its failure to fully enforce the contractual regimes of non-standard voluntary relationships since they don’t fit the traditional definition of marriage–that’s no excuse!
As for “purist” libertarians who say we should not extend the reach of the state in this way: well, the state should not have roads either. But would we not oppose a law banning gays from the roads? We would not hide behind, “Well, it’s not nice that the state prohibits gays from using the roads, but the solution is not to let gays use the roads–it’s to abolish the public roads!” No.
Does gay marriage violate anyone’s rights? No. It is not an act of aggression. Does it violate gays’ rights to be prevented because of the state’s monopolization of the legal system from having their relationships given legal effect? Yes. [N.B.: This whole mess, and other considerations (see State Monopolization of Marriage Eviscerates Private Contract) should also highlight for homosexuals why they should also oppose the state and its involvement in this whole area.]
In sum: the state should get out of marriage. If it remains in existence and monopolizes the legal system, it should enforce any contractual aspects of regimes entered into by consenting adults. What they call it is irrelevant. Ideally it would be unlabeled and private society would figure out naming conventions. But the state should not be allowed to hamper the rights of non-standard couples just because it insists on decreeing what is and what is not “marriage.” If the state insists on regulating unions and giving it the label “marriage,” then gays ought to be able to legally protect their relationships and associated regimes. The state infringes their rights to do this if it monopolizes the field then denies them entrance.
Not only should libertarians support gay marriage, but of course they should.
Dai che cantemo!
Mi sembra giunta l’ora di una sana compilation estiva. Penso che per una simile compilation non ci sia titolo migliore di Dai che cantemo!, ossia quel caro libretto con il quale tutti noi (almeno, quelli delle mie parti) siamo venuti in contatto immancabilmente in occasione del binomio gruppo di giovani + preti e/o affini. Indimenticabili le canzoni tradotte dall’inglese con l’aggiunta di strofe per farle coincidere con il messaggio religioso, tipo la strofa aggiunta in Imagine nel quale alla fine si diceva più o meno: “ma non preoccuparti, ché tanto Dio c’è“.
Ora però mi è venuta una curiosità: ma quelli che non sono veneti, che libretto di canzoni usavano?
Vabbeh, torniamo a bomba…
Scaricate ordunque Dai che cantemo! (73,3MB per 46 minuti e dieci secondi) e la vostra estate sarà decisamente più cool, con quella voglia matta di sedervi in cerchio su un prato a cantare accompagnati da una chitarra.
- Nothing Ever Happened – Deerhunter
- Daxmosphere - Healamonster & Tarsier
- Soon Soon Soon – Canadians
- Heavy Cross – Gossip
- Come Un Peraro - Herman Medrano
- Sacred Trickster – Sonic Youth
- American Face Dust – Black Moth Super Rainbow
- Kid Riot - The Anomalies
- Animal – Miike Snow
- Daddy’s Gone (feat. Nina Persson) - Danger Mouse and Sparklehorse
- Rose Parade - Elliott Smith
- The Fallen (ruined by Justice) - Franz Ferdinand

Why am I for gay marriage? First, I’ve never been even slightly homophobic, despite the presumptions of prejudiced “enlightened” liberals (after all, I am from the South!). So that didn’t play into the gay marriage issue for me. I was initially somewhat opposed to gay marriage, but not for the standard reasons about it “damaging” the “institution of marriage” and all that malarkey, but because I feared (a) it would instantly grant more positive rights to gay couples, and (b) it was the thin end of the wedge and would be used to argue next for anti-discrimination law being applied to gays, which I of course did and do oppose. I still agree with these concerns, but they are not dispositive.





