Ogni tanto di pomeriggio ascolto Radio Tre per ricordarmi che non posso in alcun modo dirmi di sinistra e per ricordare a me stesso, comparando quello che ascolto, di essere vivo e vegeto. Oggi per esempio a Fare con l’H in mezzo sono passati, aiutati anche dalle meravigliose email che giungono in radio, dal parlare dell’uccisione dei sei stranieri a Castel Volturno alla crisi dei mercati finanziari intessendo una tela della quale non ho capito molto bene la fine e intelligentissima trama tranne che alla fine è tutta colpa del capitalismo sfrenato e che insomma, l’Urss non era meglio, però insomma. Dopo questo mio promemoria radiofonico, mi sono messo al computer e ho riletto un post di Libertyfirst su Giornalettismo ed ho pensato che più gente dovrebbe leggerlo; così, tanto per non sentire sempre le solite cose.
Due grandi aziende quasi private, Freddie e Fannie, che assieme accentravano il 50% del mercato dei mutui USA, sono quasi fallite e sono state quasi nazionalizzate. Grazie a vantaggi regolamentativi e all’accesso alla printing press federale, entrambe sono state forse responsabili di grandi distorsioni del mercato e della concorrenza. Nel frattempo, crollano banche enormi, come Lehman, e poco prima, l’anno scorso, crollava il mercato dei mutui ad alto rischio (crollo che in realtà ha poi riguardato tutto il mercato dei mutui immobiliari). Senza contare che, dal 2001, l’attivismo frenetico delle autorità monetarie non solo non ha avuto effetti sulla ripresa, ma è ormai vincolato da pressioni inflazionistiche che poco tempo fa sembravano fuori controllo, e che la recessione globale sta finalmente – si fa per dire – tenendo a bada. La cosa dovrebbe sembrare ovvia ai liberisti. Il bello è che sembra tale anche agli statalisti.
Sicuramente colpa del mercato, dicono i primi; prova dell’instabilità del mercato, dicono i secondi. Pare ci sia uno sparuto gruppetto di liberisti che ancora oggi dice “non è successo nulla”, però probabilmente sono in via di estinzione, nonostante la straordinaria reputazione di Pangloss in certi circoli. Vediamo di fare un punto. Le banche e i mercati finanziari non si reggono in piedi senza il continuo intervento della banca centrale. Il paragone più corretto è quello col tossicodipendente che rischia una crisi d’astinenza non appena lo spacciatore gli nega le dosi. Anche le aziende, come i privati, si trovano in condizioni finanziarie gravi, considerando gli elevati leveraging delle prime e l’ampio ricorso a mutui e pagamenti a rate dei secondi (e le condizioni di crisi del mercato del lavoro, ovviamente). Questo però parrebbe l’effetto del credito abbondante, quindi si ricollega al comportamento delle banche e dei mercati finanziari.
Se c’è un problema, quindi – e bisogna essere una caricatura di Pangloss, cioè una caricatura al quadrato, per pensare altrimenti – ha origine nei mercati finanziari o nelle banche. Una spiegazione di ciò si può facilmente trovare considerando il comportamento eccessivamente attivista delle banche centrali, soprattutto quella americana. Le quali hanno cercato di spingere l’economia al di là delle proprie potenzialità, approfittando della stabilità dei prezzi indotta dalla globalizzazione e l’innovazione tecnologica. Abbiamo di fronte due scelte. Possiamo spaventarci dei mercati finanziari e ri-regolamentarli, possiamo cercare di risolvere i problemi nazionalizzando le banche, possiamo reintrodurre controlli sui capitali, eccetera. Il risultato sarà maggiore stabilità, al costo di una minore efficienza.
Possiamo altrimenti eliminare l’interventismo governativo, ad esempio adottando una politica monetaria friedmaniana (indipendente dal ciclo e nota a priori), che però è politicamente inverosimile (il potere corrompe: ogni strumento che lo stato ha a disposizione verrà usato a vantaggio dei politici e delle lobby), oppure adottando una politica ancora più rigida, come il gold standard. Probabilmente si cercherà una via di mezzo: i politici non vorranno perdere uno strumento di potere tanto importante; ma cercheranno di usarlo in modo da non creare disastri che potrebbero ritorcersi loro contro. Si faranno quindi regolamentazioni più strette con un occhio all’efficienza, ad esempio; o si ricorrerà ad interventi tampone per risolvere problemi di breve termine, dimenticando il quadro di lungo termine, come si è fatto finora. E il quadro di lungo termine è che un’economia non può funzionare se i mercati del credito sono manipolati da un’autorità centrale.
Sono gli investimenti e i risparmi, fenomeni reali, che devono fissare i tassi di interesse, e non la banca centrale. Altrimenti si avrà disequilibrio permanente tra economia finanziaria ed economia reale, e tutto si reggerà su un livello patologico di moral hazard e di instabilità. Il Neoliberismo si rivela quindi un mito: alcuni mercati, come quelli del credito, del commercio estero e del lavoro, sono stati ampliamente liberalizzati, con moltissime conseguenze positive; ma si è anche creata un’economia basata su un massiccio intervento monetario e su pesanti (negli USA) deficit pubblici e (ovunque) debiti privati. Se il Neoliberismo fosse qualcosa più di uno slogan per impressionare l’audience, queste cose non si sarebbero osservate. Purtroppo il Neoliberismo, semplicemente, non è mai esistito.
Due grandi aziende quasi private, Freddie e Fannie, che assieme accentravano il 50% del mercato dei mutui USA, sono quasi fallite e sono state quasi nazionalizzate. Grazie a vantaggi regolamentativi e all’accesso alla printing press federale, entrambe sono state forse responsabili di grandi distorsioni del mercato e della concorrenza. Nel frattempo, crollano banche enormi, come Lehman, e poco prima, l’anno scorso, crollava il mercato dei mutui ad alto rischio (crollo che in realtà ha poi riguardato tutto il mercato dei mutui immobiliari). Senza contare che, dal 2001, l’attivismo frenetico delle autorità monetarie non solo non ha avuto effetti sulla ripresa, ma è ormai vincolato da pressioni inflazionistiche che poco tempo fa sembravano fuori controllo, e che la recessione globale sta finalmente – si fa per dire – tenendo a bada. La cosa dovrebbe sembrare ovvia ai liberisti. Il bello è che sembra tale anche agli statalisti.
Possiamo altrimenti eliminare l’interventismo governativo, ad esempio adottando una politica monetaria friedmaniana (indipendente dal ciclo e nota a priori), che però è politicamente inverosimile (il potere corrompe: ogni strumento che lo stato ha a disposizione verrà usato a vantaggio dei politici e delle lobby), oppure adottando una politica ancora più rigida, come il gold standard. Probabilmente si cercherà una via di mezzo: i politici non vorranno perdere uno strumento di potere tanto importante; ma cercheranno di usarlo in modo da non creare disastri che potrebbero ritorcersi loro contro. Si faranno quindi regolamentazioni più strette con un occhio all’efficienza, ad esempio; o si ricorrerà ad interventi tampone per risolvere problemi di breve termine, dimenticando il quadro di lungo termine, come si è fatto finora. E il quadro di lungo termine è che un’economia non può funzionare se i mercati del credito sono manipolati da un’autorità centrale.


Questi sono così abituati a fare i principini ai quali tutto è dovuto che non passa loro nemmeno per l’anticamera del cervello che rischiano di perdere definitivamente il posto; non è contemplata l’opzione chiusura dell’azienda. D’altronde è una vita che va avanti così, perchè dovrebbe cambiare proprio adesso?

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Ieri sera siamo andati a mangiare in un ristorante cinese. Eravamo in quattro, abbiamo speso in tutto 36€ ed abbiamo mangiato in modo abbondante.



