Aiutare i poveri io lo sento come un dovere. E’ sul come che ho qualche dubbio.

Vi racconto una storia.

Nella famiglia di mio padre avevano seri problemi nel mettere insieme un pranzo ed una cena. E non parlo per metafore: erano veramente così poveri che qualche pasto lo saltavano; per fortuna abitando in campagna, potevano contare sui frutti della terra, ma poca roba. Era miseria nera, tanto che c’era stato persino un progetto avviato di emigrare in Argentina ma poi non se ne fece niente. Mio nonno lavorava come operaio in una officina metalmeccanica. Quando il padrone andò in pensione, permise ai sette operai che aveva di rilevare l’azienda per mandare avanti l’attività. Peccato però che il ragioniere che ‘sti operai avevano per tenere i conti, piano piano si rubò tutto il rubabile (per costruirsi una villa al lago) ed alla fine quindi i soci della ditta, che nel frattempo da sette si erano ridotti a tre, si trovarono mezzi falliti con una montagna di debiti da pagare. Mio nonno a quasi cinquanta anni fece quello che aveva sempre fatto, cioè lavorare a testa bassa come uno schiavo per ripagare tutti i debiti. Alla fine ripagarono tutti e nessuno ebbe niente da ridere. La loro etica del "voglio poter camminare per strada senza vergognarmi" era a posto. Ma di soldi in tasca sempre pochini, cioè, niente. Quando mio padre ricorda quei tempi dice sempre: "na vida de merda". Finito il biennio di perito chimico nel suo paese, mio padre fece il triennio a Rovigo e se non avesse lavorato nei weekend alla pompa di benzina, difficilmente sarebbe sopravvissuto a Rovigo. Finito di studiare, lui e suo fratello avviarono un’attività artigianale che grazie al prodotto innovativo, grazie al laorar come musi, grazie al boom dei tempi e grazie al dinamismo dell’epoca, fece arrivare un po’ di benessere a lui, suo fratello e anche suo padre. Mio padre dice sempre che la sua più grande soddisfazione è stata quella di permettere a mio nonno di vivere gli ultimi anni della sua vita senza problemi; mio nonno con la propria macchinina e il suo biancheto con gli amici al bar ha avuto una pensione serena.

La famiglia di mio padre non l’ha mai aiutata nessuno. Quello che ha permesso loro di uscire dalla miseria (ripeto: miseria vera, non miseria da "quest’anno non mi posso permettere le vacanze") non sono state un toco de formajo ogni tanto regalato per gentile grazia, ma la voglia disperata di uscire dall’indigenza unita ad un’economia frizzante. Per carità, io non mi scandalizzo troppo per il fatto che per aiutare un settore in crisi (perchè poi è in crisi?) si regali formaggio ai poveri, fosse solo questo lo statalismo. Il fatto, a mio avviso, è che si specula sulla gente povera per continuare a sovvenzionare amici, amici di amici, persone che possono diventare amici e per aumentare il proprio potere grazie al famoso panem di romana memoria (di circenses ce n’è già abbastanza). Se invece di fare la carità si agisse permettendo anche agli outsider di elevare il proprio grado economico allora le cose sarebbero molto diverse. Al politico conviene di più rimuovere gli ostacoli che impediscono la crescita (tasse alte, burocrazia invalidante, monopoli statali, etc etc) o avocare a sè il potere di redistribuire la ricchezza, ossia usare i soldi dei pagatasse per farsi bello? Ricchezza , poi, che in un paese cadaverico e asfittico come l’Italia è sempre meno presente. Il politico ha più convenienza nel tenere tutti sotto il proprio ombrello assistenzialista ed elargire di tanto in tanto qualche briciola o lasciare che la libertà economica crei ricchezza per tutti?

Per uscire dalla miseria bisogna prima di tutto volerlo e (attenzione, sto per usare una locuzione sgradevole ma giusta) rimboccarsi le maniche; poi ci devono essere le condizioni esterne favorevoli. La famiglia di mio padre aveva entrambe ed io per questo ogni mattina che mi sveglio devo ringraziare il libero mercato per essere vissuto finora senza le preoccupazioni e le pancia vuota di mio nonno e di mio padre da giovane. Conoscendo la storia della mia famiglia, non posso che sentire un moto di affetto e fratellanza verso tutti quei stranieri che si fanno un culo quadro ogni giorno qui lavorando come dei musi; i musi non hanno razze, i musi sono musi qui come lo sono in Romania, in Senegal o nelle Filippine.

Lasciate che il formajo se lo vendano loro, cazzi loro se il settore è in crisi. A noi interessa guadagnare per vivere, sì, anche per vivere bene. Ci basta che non ci mettiate, come sempre, il bastone tra le ruote. Lasciateci fare, lasciateci passare.