Sto leggendo un libro. Si chiama La Grande Depressione ed è di Murray N. Rothbard. È stato pubblicato nel 1963 e analizza la Grande Depressione degli anni ’30. Tuttavia, osservando i tempi che purtroppo corrono, può essere una lettura molto interessante e attuale. Penso che il seguente non sarà l’unico stralcio del libro che trascriverò.
Quale politica dovrebbe adottare un Governo che desidera un rapido superamento della depressione e il ritorno dell’economia a un normale livello di prosperità? Il primo chiaro punto del suo programma economico dovrebbe essere: non interferire con il processo di aggiustamento del mercato. Quanto più le autorità pubbliche intervengono per ritardare tale processo, tanto più lunga e grave sarà la depressione, e tanto più difficile risulterà il cammino verso una completa ripresa. Dato che gli ostacoli posti dal Governo non fanno che aggravare e prolungare la depressione, non ci si deve meravigliare se le politiche governative intese a frenare una depressione abbiano sempre esasperato (e oggi esaspererebbero ancora di più) quegli stessi mali che si affermava, con tanta enfasi davanti all’opinione pubblica, di voler curare. Infatti, se elenchiamo logicamente i diversi modi in cui un Governo può ostacolare il processo di aggiustamento del mercato, incontriamo esattamente il tipico arsenale governativo, presentato come strumento curativo della depressione economica. Vediamo quindi i modi in cui il processo di aggiustamento può essere intralciato.
Prevenire o ritardare la liquidazione. Prestare moneta a imprese in crisi, fare appello alle banche perché aumentino l’offerta di credito, e via dicendo.
Aumentare ulteriormente l’inflazione. Una maggior inflazione arresta la necessaria caduta dei prezzi, ritardando quindi l’aggiustamento del mercato e prolungando la depressione. L’ulteriore espansione del credito crea altri investimenti erronei, che a loro volta dovranno essere liquidati in una successiva depressione. La politica governativa del “denaro facile” ostacola il ritorno del mercato a tassi di interesse necessariamente più alti.
Mantenere alti tassi salariali. Il mantenimento artificioso degli elevati tassi salariali durante la depressione produce una disoccupazione di massa permanente. Inoltre, durante una deflazione, quando i prezzi cadono, mantenere inalterato il tasso salariale nominale significa aumentare i tassi salariali reali. Con la domanda delle imprese in diminuzione, ciò aggrava notevolmente il problema della disoccupazione.
Mantenere elevati i prezzi. Mantenendo i prezzi al di sopra del loro livello naturale, si generano giacenze invendibili e si pregiudica il ritorno alla prosperità.
Stimolare il consumo e disincentivare il risparmio. Abbiamo visto che un maggiore risparmio e un minor consumo renderanno più rapida la ripresa; al contrario, un maggior consumo e un minor risparmio aggraveranno ancora di più la carenza di capitale. Il Governo può stimolare il consumo con “programmi di buoni alimentari” ed esenzioni di pagamento. Può disincentivare il risparmio e l’investimento aumentando le imposte, in particolare sui patrimoni, sulle imprese e sugli immobili. Per la verità, ogni aumento fiscale e della spesa pubblica scoraggia il risparmio e stimola il consumo, poiché la spesa pubblica è tutta consumo. Mentre alcuni fondi privati possono essere risparmiati, tutta la spesa pubblica è invece consumo. Ogni aumento della dimensione relativa del settore pubblico nell’economia altera perciò il rapporto sociale tra consumo e investimento in favore del primo, prolungando così la depressione.
Sussidio di disoccupazione. Ogni sussidio di disoccupazione (nella forma di “indennità” di disoccupazione, esenzioni, ecc.) prolunga indefinitamente la disoccupazione e ritarderà lo spostamento dei lavoratori verso quei settori in cui sono disponibili posti di lavoro.
Oltre a ritardare il processo di ripresa e ad aggravare la depressione, queste misure costituiscono gli strumenti di politica governativa che hanno riscosso più successo con il passare del tempo, tanto che sono stati adottati durante la depressione del 1929-1933 da un Governo ritenuto da molti storici favorevoli al laissez-faire.
Poiché la deflazione rende più rapida la ripresa, il Governo dovrebbe incoraggiare, piuttosto che impedire, la contrazione del credito. In un’economia in regime di gold standard, come quella del 1929, fermare il corso della depressione comporta conseguenze ulteriormente svantaggiose. La deflazione aumenta infatti le riserve del sistema bancario; e genera maggiore fiducia interna ed estera, per via del fatto che il sistema aureo sarà mantenuto. Timori relativi alle riserve in oro provocano delle vere e proprie corse agli sportelli bancari, cosa che il Governo desidera evitare. Anche nel caso di corsa agli sportelli, ci sono però vantaggi che non dovrebbero essere trascurati. Le banche non dovrebbero essere esentate dal rispettare i loro obblighi più di quanto non si consenta in ogni altra attività economica. Ogni interferenza nelle punizioni inflitte dalla corsa allo sportello trasformerà le banche in uno speciale gruppo privilegiato, non obbligato a rimborsare i propri debiti: condurrà a successive inflazioni, espansioni del credito e depressioni. E se, come riteniamo, le banche sono intrinsecamente in bancarotta e la “corsa agli sportelli” rende semplicemente palese tale bancarotta, sarebbe un bene per l’attività economica che il sistema bancario venisse riformato, una volta per sempre, con l’eliminazione della riserva frazionaria. Tale riforma convincerebbe il pubblico della pericolosità della banca che adotta tale riserva e, più delle teorizzazioni accademiche, assicurerebbe il futuro contro i mali di siffatto sistema.
[...] Vi è tuttavia una cosa che il potere pubblico può in concreto fare: ridurre drasticamente il proprio ruolo nell’economia, tagliando le spese e le imposte, in particolare quelle che ostacolano il risparmio e l’investimento. La diminuzione dell’imposizione fiscale e della spesa pubblica condurrà automaticamente a uno spostamento del rapporto sociale tra risparmi-investimenti e consumo in favore dei primi, riducendo quindi di gran lunga il tempo richiesto per tornare a un’economia prospera. La diminuzione delle imposte che gravano pesantemente sul risparmio e gli investimenti ridurrà ulteriormente il tasso sociale di preferenza temporale. inoltre, la depressione è un periodo faticoso per l’economia. Ogni riduzione delle imposte o di qualunque interferenza che ostacola il libero mercato stimolerà una sana attività economica; viceversa, ogni incremento delle imposte o di altri interventi deprimerà ulteriormente l’economia.
[...] Si potrebbe obiettare che la depressione inizia solo dopo che sia terminata l’espansione del credito. Perché allora il Governo non dovrebbe continuare l’espansione del credito indefinitamente? Anzitutto, più a lungo l’inflazionistico boom dura, tanto più doloroso e severo sarà il necessario processo di aggiustamento. In secondo luogo, l’espansione non può continuare indefinitamente, perché alla fine il pubblico apre gli occhi davanti alla politica governativa dell’inflazione permenente e fugge dalla moneta per dirigersi verso altri beni, realizzando i propri acquisti fintanto che il dollaro vale più di quanto varrà in futuro. Il risultato sarà un’”inflazione galoppante” o “iperinflazione”, un evento familiare nella storia, in particolare in quella del mondo moderno. Sotto ogni punto di vista, l’iperinflazione è di gran lunga peggiore della depressione; essa distrugge la valuta nazionale, il sangue vitale dell’economia; manda in rovina e frantuma la classe media e tutti i “gruppi a reddito fisso”; scatena una devastazione senza limiti. Conduce infine alla disoccupazione e a livelli di vita più bassi, poiché non ha senso lavorare quando i guadagni si deprezzano di ora in ora. Più tempo è necessario per scovare i beni da comprare. Per evitare talè calamità, l’espansione del credito deve allora terminare. E ciò scatena una depressione.







2 Responses to “La politica del Governo durante la depressione”
Grande libro.
Ah, la scuola austriaca.. Il vecchio Colbert Report ne ha proprio discusso qualche giorno fa (questo è l’unico link fuori dagli USA che ho trovato: http://twentycentparadigms.blogspot.com/2009/03/colbert-on-new-deal-denialism.html)