Ti con nu, nu con Ti

Chi scrive crede nella potenza della disobbedienza civile come arma politica da utilizzare in determinati casi per fare in modo che la propria causa venga conosciuta e riconosciuta da più persone possibile. Chi attua forme di disobbedienza civile deve essere ben conscio di dover accettare le conseguenze dell’atto, anzi, le conseguenze devono essere il finale necessario alla disobbedienza civile. Gandhi contravveniva al divieto di fare il sale, veniva punito per questo e il mondo poteva dunque vedere la tirannia del regime colonialista.

Quando però si passa dalla punizione alla crudele persecuzione, le cose cambiano; di molto. Un esempio di persecuzione e di accanimento giudiziaro è quello perpetrato ai danni di quelli che la stampa ha ribatezzato Serenissimi.

“Serenissimi” è il nome dato dai mass media a un gruppo di persone (autodefinitesi “Veneta Serenissima Armata”, braccio operativo del “Veneto Serenissimo Governo”) che nel nome dell’antica Repubblica di Venezia, la notte fra l’8 ed il 9 maggio 1997, a pochi giorni dalla ricorrenza del bi-centenario della caduta della Serenissima sotto l’invasione napoleonica (12 maggio 1797), occuparono Piazza San Marco e il Campanile di San Marco a Venezia, issando sulla cella campanaria la bandiera del Leone. Con questo gesto intendevano simbolicamente ripristinare la sovranità della Serenissima rivendicando il diritto del popolo veneto alla sua indipendenza e affermando l’illegittimità sia dello scioglimento della Repubblica di Venezia nel 1797, sia del referendum del 1866 con il quale i Savoia fecero ratificare l’annessione del Veneto al Regno d’Italia. Il loro gesto, che voleva anche contestare l’appartenenza del Veneto alla cosiddetta Padania, lo “stato” di cui Umberto Bossi, il leader del movimento autonomista Lega Nord, aveva annunciato di voler proclamare l’indipendenza nel settembre successivo, suscitò in tutto il mondo un vasto clamore ed ebbe rilievo sia nella stampa italiana che in quella internazionale. (da Wikipedia)

Lo Stato Italiano non si è dimostrato per nulla morbido nei confronti degli autori di questo gesto dimostrativo che aveva come unico scopo quello di attirare l’attenzione. Basti pensare a Bepin Segato, che non aveva partecipato al gesto e che fu condannato a tre anni e sette mesi di reclusione. Ammalatosi in carcere, venne portato all’ospedale in lettiga, ammanettato.

Potrebbe sembrare cosa ovvia che la faccenda giudiziaria si sia ormai risolta, tra condanne, assoluzioni e patteggiamenti. Potrebbe sembrare cosa ovvia che lo Stato Italiano, dopo aver usato il pugno di ferro, forse sentendo la terra franare sotto i piedi, ora lasci finalmente in pace gli autori di questa azione dimostrativa eclatante.

E invece no. È notizia di ieri che

A distanza di qua­si dodici anni dall’assalto al cam­panile di San Marco, avvenuto nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1997, il processo per eversione dell’ordine democratico nei con­fronti dei tre «serenissimi» Gil­berto Buson, Cristian e Flavio Contin, è destinato a ricomincia­re. Sul tavolo degli avvocati Ren­zo Fogliata, Alessio Morosin e Luigi Fadalti, infatti, dallo scor­so 20 ottobre è depositato il ri­corso in Cassazione, con il quale il sostituto procuratore generale di Venezia Bruno Cherchi ha im­pugnato la sentenza della Corte d’Assise d’Appello – presidente Carlo Citterio –, che il 9 giugno 2008 aveva assolto i tre imputati con formula piena (poiché «il fatto non sussiste»). Sebbene la data della prima udienza nelle aule del «Palazzaccio» non sia stata ancora fissata, la notizia è destinata già da ora a far discute­re. Perché se la Suprema Corte dovesse accogliere i motivi di gravame della Procura Genera­le, il processo sarebbe tutto da ri­fare.

[...] In primo grado, do­po essere caduta l’imputazione relativa alla distruzione del sen­timento nazionale (reato dichia­rato illegittimo dalla Corte Costi­tuzionale nel 2001), i giudici del­l’Assise di Padova assolsero tutti gli imputati perché non fu pro­vato il «programma di violenza in quanto la sua concretizzazio­ne si sarebbe manifestata la pri­ma volta con modalità tali per cui con certezza nessun’altra azione sarebbe stata poi possibi­le da parte del commando». Lo scorso giugno quindi anche la Corte d’Assise d’Appello di Vene­zia, seppur con diverse motiva­zioni, ha confermato la sentenza di primo grado, facendo così esultare i tre «serenissimi» e i lo­ro legali. «Bepi Segato, questa vittoria è per te», esclamò il più giovane dei Contin alla lettura della sentenza, rivolgendosi al­l’ex compagno scomparso. Ora però è di nuovo tutto in ballo. (preso da qui)

Tutta la mia solidarietà ai tre perseguitati e tutta la mia “disistima“, ancora una volta, per la magistratura italiana, degnissima rappresentante di questo Stato Italiano. I xuga inpunii co le nostre vite cofà i butini co le ligaore.