
Oggi c’è stato il Congresso del PNV ed è saltato fuori che sono stato eletto a furor di popolo (masse esaltanti e osannanti, donne in topless che chiedevano un autografo sulle bocce, scene di isterismo collettivo; non ci credereste) uno dei sette del Minor Consiglio, ossia il gruppo di coordinamento e di iniziativa politica del partito; quelli fighi insomma.
Qui una riflessione (tranquilli, è scritto bilingue).






23 Responses to ““Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli””
Congratulazioni! (a priori..
)
tu hai l’innata dote di farmi incazzare!
tra l’altro, Pannella mi dovrebbe ringraziare ché ieri gli ho difeso e spiegato il suo metodo di sciopero della fame a cornetto e cappuccino, ecco
Compliments.
Certo, liberi di fare come preferite. Però su questa cosa del veneto (in quanto lingua, all’alba del 2010, non vi seguo per niente.
OT:
http://justiceharvard.org/index.php?option=com_content&view=article&id=33&Itemid=10
Kluz, se una lingua è parlata dalla maggior parte della popolazione di OGNI ceto sociale e grado di istruzione e se ha una dignità storica e linguistica, dov’è il problema? Il bilinguismo è un problema? Per me no, anzi, è una ricchezza!
Non vorrei si pensasse, anche per un attimo, che io sia in qualche modo “proibizionista” a tal riguardo. Ne che volessi metterne in dubbio la dignità della lingua.
Bilinguismo…
Figuriamoci, spesso dico che sarebbe il caso di iniziare a studiare molto prima la seconda lingua e uscire dalle superiori sapendone 3.
Possibilmente sapendo l’Italiano come attualmente molti masticano il dialetto, l’inglese almeno come molti sanno l’italiano, e la 3°a lingua minimo come si parla l’inglese a fine percorso scolastico adesso.
Ad ogni modo, lungi da me voler imporre cosa fare. Dico solo che, per quanto possa esser piacevole parlarlo, a costi/benefici, all’alba del 2010, indulgere in una lingua parlata potenzialmente da pochi milioni di persone, personalmente non lo considererei un investimento auspicabile.
Ma magari son cinico o sbaglio io.
Guarda che qui nessuno è per l’assistenzialismo linguistico:) io non so di dove sei e forse non hai presente la situazione qui. Qui c’è “mercato” per il veneto, ossia lo paelano tutti, quotidianamente! Ovvio che se il nostro scopo è la nascita di uno stato veneto, la rivendicazione linguistica è una parte importante e funzionale. Il nostro nuovo presidente ha 36 anni, è prifessore di economia ed ha vissuto, studiato e lavorato negli Usa. Parla in veneto e inglese e quando parla in italiano lo senti che non è il suo vero io
parlare in veneto non nega il parlare altre lingue importanti come l’inglese e soprattutto non implica l’essere ignoranti.
Comunque, ripeto, qui in Veneto il veneto non è una lingua tenuta in vita artificialmente ma è viva
Effettivante stando in Toscana, e avendo un heritage tutt’altro che locale, non mi identifico troppo con certe affezioni.
Capisco che la rivendicazione linguistica possa aver la sua importanza. Vero è che in tutta onestà, già quando penso a paesi come la Svezia, mi dico: cavolo utilitaristicamente avere una lingua madre che parlano in pochi è na bella sfiga. In Veneto sareste quasi la metà.
Poi ok che ne puoi sempre imparare altre etc., ma su due piedi immaginavo che tendenzialmente a qualcosa toglierà posto, no?
Ma lascia stare, verosimilmente è una fissa mia: in vero quel ragionamento lo faccio in parte pure per l’italiano (probabilmente sarei stato contento solo se fossi nato in Canada o paesi linguisticamente con delle analogie rispetto ad esso, es. Florida, non fosse che lo spagnolo a me non piace).
Pensa Yoshi che qua a Trieste (città!) il dialetto ha una diffusione penso paragonabile alle provincie più dialettofone e sperdute del Veneto (lo so perchè tutti i miei amici di Treviso, Verona, ma anche Conegliano o Vittorio Veneto, non solo quelli centro-meridionali, sono sconvolti da quanto si parli il vernacolo e dall’essere interpellati in triestino in qualsiasi occasione sociale, anche quando è evidente che triestini non sono).
Comunque sono a favore dell’indipendenza del Veneto, così potrebbe essere finalmente saccheggiato da truppe di mercenari triestini al soldo del governo italiano (o Austriaco, o Turco: indifferente), con l’ausilio di qualche plotone di irregolari balcanici ferocissimi (vedi i bosniaci sull’Altipiano durante la prima guerra mondiale).
Abbevereremo i nostri cavalli nelle fontane delle ville palladiane e ci ripareremo dal freddo con le pellicce delle siorete di Castelfranco.
Questo naturalmente prima dell’annessione di tutta la regione a un neonato impero austroungarico, e lì potrò morire felice.
P.S. i dialetti sono entità mutevoli nel tempo, nello spazio e nei diversi contesti sociali. Sono affascinanti e importanti, ma insegnarli a scuola è privo di senso, perchè si dovrebbero cristallizzare artificialmente… anche l’identificazione del friulano come “lingua” è contestabile (il sardo già forse lo è di più, ma a sua volta in quanti dialetti è diviso?).
Non esiste una lingua veneta, o una lingua siciliana, esiste una lingua italiana perchè il dialetto toscano per diventare quello che è oggi ha subito un processo di standardizzazione, come del resto tutte le lingue nazionali, anche di paesi molto meno linguisticamente eterogenei del nostro (vedi il francese e l’inglese).
Una lingua veneta esiste eccome. Sinceramente sono un po’ stanco di sentire questo disco. Non esiste un veneto standard così come non esiste un catalano standard o un norvegese standard. Esiste eccome un continuum veneto e le cose che differenziano la parlata veneziana da quella veronese sono infinitivamente meno di quelle che le uniscono. È normale che in un territorio ci siano parlate differenti ma la lingua veneta esiste ed è ben individuabile. Poi sono anche abbastanza stanco di sentire ‘sti discorsi romantici sul “dialetto”. Il veneto è un mezzo di comunicazione con una sua struttura, una sua grammatica e una sua naturale evoluzione. Chi ha mai parlato di cristallizzazione???
però io per esempio non mi ritrovo tanto nel dialetto che scrivi tu (o meglio: capisco perfettamente quello che scrivi ma le sfumature sono completamente diverse).. già sento differenze tra il dialetto parlato in casa mia e quello parlato in casa di dietnam (25 km di distanza).. questa cosa come la risolviamo?
Mi sembra che pretendiate dal veneto quello che non pretendete dall’italiano, ossia essere un monolite inalterato. È OVVIO e NORMALE cge ci siano delle differenze!!
Per quanto riguarda la scrittura, non essendo mai stati abituati a scrivere in veneto, è normale che all’inizio sia difficoltoso (anche perché purtroppo non esiste ancora una grafia ufficiale, cioè la convenzione usata per scrivere i suoni) anch’io un anno fa trovavo difficoltoso scrivere in veneto, ora non più. Questione di allenamento, come con tutte le altre lingue
Cmq, giusto per iniziare, leggetevi questa voce di wikipedia
http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_veneta
Io mi sono imbatuto per caso in questa discussione, e devo dire che yoshi ha sicuramente ragione: qui in Veneto si parla il Veneto, a scuola, sul lavoro, a casa, con gli sconosciuti, in bottega, ecc.
E’ proprio una lignua, l’Italiano lo parliamo, ma serve più che altro per parlare con coloro che non parlano il Veneto.
Guardate che stiamo parlando di una lingua parlata da 4 milioni di persone solo nelle tre venezie… quale dialetto e dialetto?
E po mi francamente el italian no’l me piaxe…
Chi ha fatto la squolla in Italia e’ convinto che una lingua insegnata deve per forza essere precisa identica per tutti. Questo e’ sicuramente vero per l’italiano, ma non deve essere lo stesso per il veneto (come non lo ho per altre lingue).
Tutte le sfumature grammaticali e di lessico possono essere preservate localmente senza voler imporre un veneto ufficiale.
Se verra’ insegnato, sicuramente non dovra’ prendere ore dall’inglese (o chissa’ dal cinese), pero’ se ne prende dall’orario di italiano credo che sarebbe cosa buona e giusta.
Faccio un po’ di esempi. Si studia Dante, ma non si studia che ha vissuto per vent’anni a Verona e che ha scopiazzato per il suo Inferno(e’ stato appurato) da Giacomin da Verona, un frate che scriveva in un veneto veronese comprensibilissimo (leggetevi Babilonia civitate infernalis) Ecco, un’oretta per leggersi un po’ di poesie di Giacomin da Verona non credo che faccia perdere cellule cerebrali, anzi.
Dopo leggersi un po’ di Goldoni e Ruzante invece del solito curriculum ammuffito imposto dal centralismo. Cosa ne dite? E per finire, eliminiamo completamente Manzoni e leggiamoci il Pittarini, un grande scrittore vicentino dell’ottocento. Per il novecento, perche’ non Zanzotto? Scrive in veneto anche lui.
Lo stesso per la storia, dato che quella veneta non e’ assolutamente insegnata.
Mi fermo qua. Ciao a tutti.
Lodovico
C’è una gran confusione sull’uso delle lingue, a chi dice che i dialetti sono mutevoli nel tempo, spazio e nei contesti sociali molto probabilmente parla senza conoscere. Tutte le lingue cambiano e sono mutevoli. Nel tempo, nello spazio e (udite udite!) anche nei contesti sociali! A chi cerca in maniera un po’ esilarante di erigere la lingua inglese a “lingua monolitica per eccellenza” ricordo che ci sono decine di varianti della lingua di Shakespeare.
In breve: bisognerebbe avere un po’ più di amor proprio, per la propria Léngoa Vèneta e per la propria storia (veneta) millenaria. Invece che passare il tempo ad auto convincerci sulla littoria italica e romana italicità delle nostre “raixe”…
Posso avere informazioni sul dipinto?
È Thomas Jefferson, quello che ha detto la frase che è il titolo del post
Che tra l’altro secondo me se cominciassimo a sentir parlare Veneto in tv e sulla carta stampata, il cosidetto “Veneto standard” verrebbe fuori da solo con una evoluzione spontanea delle varie sfumature del Veneto attuale.
BILINGUISMO!!!!!!!!!
Io conosco un po’ alcune lingue, la mia linguamadre è il veneto, capisco abbastanza bene l’inglese, discretamente il francese, bene lo spagnolo castilliano (ma lo parlo male), abbastanza bene l’italiano, capisco a fatica qualche cosa di tedesco.
Secondo me è sbagliato soffermarsi sulle differenze tra alcune parole o addirittura sulle sfumature, perché tutte le lingue del mondo sono così.
Il tedesco, altamente formalizzato, ha differenze drammatiche tra le varie zone in cui si parla. C’è differenza tra quello che si parla a Koeln e quello che si parla ad Hagen (appena 50km di distanza), in quel caso io non so distinguere la differenza, ma mia moglie si; ho un amico di Stuettgart che rispetto ad un’altro di Wuertzburg, parla con parole che equivalgono in differenza tra uno che parla *italiano* di Napoli e uno che parla *italiano* di Torino (non dico delle rispettive lingue, o come impropriamente tanti dicono “dialetti”).
Se ascolti Obama senti un inglese molto diverso da quello parlato dal Governatore del Texas, li si che vien da dire: altro che sfumature!
Sabato sera ad una cena ho parlato con uno nato in Australia, dove ufficialmente si parla inglese (quello vero, loro dicono), dove i ragazzi dopo scuola portano a casa lo “houmeuo’k” (da leggersi all’italiana, non so scrivere la fonetica) per quello che in buon inglese si direbbe “hom’uo’c” (sempre da leggersi all’italiana). In inglese un lago si chiama Lake, ma se vai in Scozia loro lo chiamano “Loch”. Neanche gli inglesi capiscono bene quello che gorgogliano gli scozzesi.
Insomma neppure la lingua più standardizzata e diffusa del mondo si sottrae alla regola delle variazioni di pronuncia, modifiche di parole, figuriamoci le sfumature.
Cercare motivi di discrepanza linguistica rispetto un ceppo comune, determinato in larga misura da una comune grammatica (si badi bene molto diversa da quella dell’italiano), mi sembra il classico cercare pelo nell’uovo.
Se si discutesse sulla opportunità o meno di conoscere una lingua, si potrebbe anche ragionare, ma per dire che esisa o meno una lingua, come lo è quella veneta o friulana o sarda, credo sia solo esercizio ginnico e non mentale.
Io non sto negando che il veneto sia una lingua. Difatti non si parla di dialetti dell’italiano, ma di dialetti italiani, cioè innumerevoli lingue che si sono evolute indipendentemente dal latino nel territorio italiano.
Lo scozzese e l’irlandese (non nel senso del gaelico) invece sono dei dialetti dell’inglese (possiamo chiamarli anche accenti, o parlate, anche se ci sono anche delle strutture sintattiche diverse).
Sta di fatto che oggi come oggi l’italiano (ex volgare toscano) ha subito una standardizzazione che gli altri dialetti non hanno, e ciò è bene per loro. Ovvio che neanche l’italiano è un monolite, ma c’è una bella differenza.
Faccio un esempio: in triestino l’utilizzo di condizionale e congiuntivo è lasciato alla fantasia di chi parla. “Mi piacerebbe” si può tradurre con “me piaseria” o “Me piasessi”, e viceversa. Il bilinguismo ha senso fino a che c’è una lingua parlata, plasmabile, e una lingua ufficiale; se le due si fanno concorrenza è inevitabile la vittoria dell’italiano per evidenti questioni di comodità.
“Il bilinguismo ha senso fino a che c’è una lingua parlata, plasmabile, e una lingua ufficiale; se le due si fanno concorrenza è inevitabile la vittoria dell’italiano per evidenti questioni di comodità.”
Questo è tutto da dimostrare. A me sembra che invece la lingua aborigena vada a disperdersi proprio perché non è formalizzata e resa ufficiale.
Questo si vede nelle grandi città venete, dove i bambini non sanno più parlare veneto (ma lo capiscono, a volte a fatica).
Possiamo anche dire che una lingua che non ha applicazione ufficiale da un punto di vista meramente pratico è inutile. Lo si può sicuramente dire, perché è vero!
Infatti questa è la razionale reazione dei genitori che si rifiutano di parlare veneto con i loro figli (a costo di dire strafalcioni).
Resta il fatto che con la perdita della lingua si perde un tratto identitario, e con esso la capacità di comprendere una cultura ed una mentalità.
Non c’è dunque da stupirsi del degrado tipicamente italico assunto nelle grandi città venete negli ultimi dieci anni, per esempio la sporcizia per le strade, inesistente nel 1985.
Avranno anche contribuito gli immigrati, ma una larga parte è dovuta ai veneti, anzi agli italo-veneti.
“Resta il fatto che con la perdita della lingua si perde un tratto identitario, e con esso la capacità di comprendere una cultura ed una mentalità.
Non c’è dunque da stupirsi del degrado tipicamente italico assunto nelle grandi città venete negli ultimi dieci anni, per esempio la sporcizia per le strade, inesistente nel 1985.”
Mnnhh, questo passaggio logico forse è azzardato