La minoranza più bistrattata, più perseguitata, più calpestata nel corso dell’intera storia umana è sempre stata la stessa: l’individuo. Il secolo scorso è stato, per usare un eufemismo, catastroficamente tragico per l’individuo. Il ’900 è stato il secolo nel quale varie ideologie collettivistiche hanno annichilito l’individuo riconoscendolo solo in quanto parte di volta in volta di una classe, di uno stato, di un partito. L’individuo contava solo in quanto numero della massa e del popolo; una cellula del corpo organico dello stato, un niente. Centinaia di milioni di morti per la maggior gloria del Bene Supremo, del Sol dell’Avvenire, della Nazione.
Il XXI secolo non sembra aver invertito così tanto la rotta. L’individuo è sempre in balia di chi pretende di sapere cosa sia meglio per lui e non accetta che una persona possa liberamente scegliere per sé stessa. Ogni giorno l’individuo viene attaccato e umiliato da una pluralità di istituzioni che, sotto la copertura della “protezione”, del “consiglio”, del “contratto sociale”, agiscono in maniera coercitiva nei confronti di chi vuole vivere la propria vita come meglio crede e perseguire la propria felicità. Crimini senza vittime, welfare state, esproprio politico del corpo delle donne e degli uomini, etc etc, sono tutti modi attraverso i quali l’individuo viene umiliato e incarcerato.
L’individuo è ancora la minoranza più calpestata e sfruttata. Per questo motivo, l’esigenza di oggi, non più rimandabile, è quella di combattere la guerra per la libertà dell’individuo; una guerra prima di tutto culturale. Far capire alla gente che individualismo non è una parolaccia, che più il Governo è grande più i guai sono grandi, che il libero intraprendere è la via per la prosperità, che la violazione con la coercizione statale della proprietà del proprio corpo e dei propri beni è un crimine.
Oltre che culturale, la guerra è senza dubbio politica. A differenza di quello che si potrebbe pensare, io credo che ci possano essere molti modi di difendere l’individuo da un punto di vista politico. Io sono un membro del PNV perché sono convinto che una via pratica per abbassare la coercizione statale sia, paradossalmente, quella di alzare il numero degli stati. Una frammentazione politica unita alla globalizzazione porta al “mercato degli stati” nel quale l’individuo che nello stato X sente la sua libertà schiacciata, può provare i servizi dello stato Y. 10, 100, 1000 Svizzere potenziali possono nascere dalla distruzione dei pachidermici stati ottocenteschi. Senza contare poi che l’individuo ha più peso civico (da un punto di vista elettorale ma non solo) in uno stato di cinque milioni di persone (come sarà quello veneto) che in uno da sessanta milioni (come è quello italiano).
Oggi non è il momento per tirare i remi in barca e scuotere sconsolatamente la testa. Siamo in guerra: l’individuo contro tutti. Non mi sembra educato abbandonare il campo di battaglia.




4 Responses to “For the Individual”
Yoshi, non so.. A me questo suona tanto come un manifesto ideologico.
Esiste un limite all’individualismo oltre a quello di non danneggiare il prossimo? (questo include l’inazione?)
Siete pronti a compromessi o è questa una posizione irremovibile?
questo post è prima di tutto un auto-sprone per darsi un po’ di forza
poi, dipende cosa intendi per “ideologico”. le idee ci devono essere, senza idee dove si va?
io più leggo e, soprattutto, più ho a che fare con la società e con il lavoro, più mi convinco della giustezza delle mie idee.
nell’header del blog di stefano una volta c’era una frase che diceva che la vita è compromesso. io sono d’accordo, a patto che il compromesso non snaturi totalmente le proprie convinzioni e che questo compromesso porti a un effettivo miglioramento e avanzamento verso le proprie convinzioni; almeno, così è per me
L’individualismo dovrebbe essere il mattone portante di ogni società “libera”. In diretta opposizione allo statalismo. Ogni persona dovrebbe avere totale libertà verso se stesso senza che enti (gruppi di persone) si intromettano in maniera coercitiva. Lo stato di per se è già questo tipo di ente in quanto ci impone delle regole che vanno al di là del semplice rispetto reciproco/difesa dei diritti, sfociando in una vera e propria subordinazione dell’individuo non tanto alla collettività ma al potere statale.
Uno stato ottimale dovrebbe essere assolutamente distaccato anche e soprattutto economicamente dall’individuo, demandando la gestione del territorio e le tasse ad enti più piccoli quali i comuni dove il potere può essere più facilemnte controllato dalla “plebe”. Un federalismo “al minuto” dove il controllo dell’economia e del governo è più trasparente e non si perde nei meandri della burocrazia.
La decentralizzazione del potere come vero strumento della democrazia, l’individuo come colonna portante della società
Saluti.
Segnalo sull’argomento due articoli dell’economista libertarian Filippo Matteucci ( il teorico della democrazia turnaria e dell’economia privatista ):
Principi di economia privatista
Il fallimento sia dell’economia pianificata sovietica, finita in miseria, mafia e prostituzione, sia dell’oligopolio statalista e dirigista tipico delle democrazie formali delegate, impone un rovesciamento, una rivoluzione copernicana del modo di pensare e strutturare la scienza economica. Se qualcosa non funziona in un sistema socioeconomico vuol dire che i governanti hanno commesso uno o più errori, che a un dato bivio pregresso è stata imboccata la strada sbagliata.
Quanto ora detto vale a maggior ragione per l’Europa. Fino a meno di cento anni fa l’Europa, intesa come megasistema sufficientemente omogeneo di civiltà costituito dall’insieme dei Regni che la componevano, era la padrona del mondo, colei che aveva “la migliore probabilità di vittoria nella corsa allo sfruttamento delle ricchezze del globo”, per usare le parole dello Schmerb. I due decisivi errori al bivio che hanno portato quella che fu la Grande Europa all’attuale declino sono stati la svendita a poco prezzo dell’Impero Britannico e l’assunzione a principio di scienza del keynesianesimo.
…continua…
puoi continuare a leggere l’articolo qui:
http://www.finanzaediritto.it/articoli/principi-di-economia-privatista-4096.html
e
Proprietà privata e proprietà pubblica dello stato in Hans-Hermann Hoppe
“Uno stato è un monopolio territoriale della coercizione, un’agenzia che può dedicarsi a continue violazioni istituzionalizzate dei diritti di proprietà e allo sfruttamento dei proprietari privati tramite esproprio, tassazione e regolamentazione.” Con queste stesse parole Hans-Hermann Hoppe apre i suoi due saggi “Élites naturali, intellettuali e Stato” e “L’economia politica della monarchia e della democrazia, e l’idea di un ordine naturale”. Nella definizione proposta da Hoppe lo stato viene visto come soggetto, come una entità autonoma rispetto agli individui e alle famiglie che agiscono in esso e tramite esso. Nel prosieguo dei due scritti lo stato verrà poi considerato come oggetto di un diritto – potere, quello di proprietà. Tuttavia già nel concetto anglosassone di “agency” viene adombrata quella strumentalità dello stato, caratteristica essenziale della concezione e identificazione dello stato come apparato o insieme di apparati.
…continua…
puoi continuare a leggere l’articolo qui:
http://www.filosofiapolitica.net/showArticle.asp?ID=03-02-09-Hoppe&IDArea=2&dateReview=03-02-2009&typeMenu=0&showMenu=true&showComments=true