Mi piacciono molto i Black Keys e penso che il loro Attack and Release sia un album che a distanza di un anno e passa riesca bene a dimostrare di essere una serie di long hit una dietro l’altra. I Black Keys sono quel raro tipo di gruppo che è così bravo che può facilmente piacere a pubblici diversi che ascoltano tendenzialmente musiche diverse.
Capirete quindi le mie copiose bave quando sono venuto a conoscenza dell’uscita del progetto Blakroc che consiste in pratica in una collaborazione tra i Black Keys che mettono le musiche e dieci tra artisti hip hop e R&B (per intenderci, gente come Mos Def, RZA, Ludacris e Q-Tip) che ci mettono le liriche. Undici giorni per registrare undici canzoni. Un lavoro sostanzialmente improvvisato che definire una gioia per le orecchie è una intollerabile riduzione.
Questo è un esempio di come le distanze tra generi e tra musicisti molto spesso sono solo distanze fittizie, soprattutto alimentate dai vari ultrà. Quando infatti su Rumore di dicembre leggo che il cantante e chitarrista dei Black Keys dice che:
Fin da quando abbiamo cominciato siamo stati influenzati dall’hip hop. Ascoltavamo il Wu-Tang Clan, usavamo un registratore a quattro piste perché volevamo registrare musica che suonasse come Enter the Wu-Tang (36 Chambers), con quel suono di batteria sporco e minimale. [...] Il nostro blues deve a RZA tanto quanto deve a Son House.
Ecco, quando leggi queste cose capisci che molto spesso le ristrettezza musical-mentali sono di chi ascolta e non di chi suona. Blakroc può essere un’ottima opportunità per far conoscere a vicenda l’ascoltatore abituale dei Wu-Tang e quello dei Black Keys. Sì, questo fa molto colonna sonora di Judgment Night, ma se dovesse arrivare una nuova stagione come quella inizio anni ’90, beh, evviva!

Call of Duty: Moder Warfare 2 si può definire un colossal. Il termine non è improprio, è proprio un colossal di videogioco.
La minoranza più bistrattata, più perseguitata, più calpestata nel corso dell’intera storia umana è sempre stata la stessa: l’individuo. Il secolo scorso è stato, per usare un eufemismo, catastroficamente tragico per l’individuo. Il ’900 è stato il secolo nel quale varie ideologie collettivistiche hanno annichilito l’individuo riconoscendolo solo in quanto parte di volta in volta di una classe, di uno stato, di un partito. L’individuo contava solo in quanto numero della massa e del popolo; una cellula del corpo organico dello stato, un niente. Centinaia di milioni di morti per la maggior gloria del Bene Supremo, del Sol dell’Avvenire, della Nazione.
I September Collective sono un trio berlinese che si è recato a Dusseldorf in una chiesa protestante per suonare l’organo che lì si trova. Hanno aggiunto un po’ di spoceghesi elettronici ed è nato Always Breathing Monster, il quale è oggettivamente un album interessante.
Ho partecipato alla nascita del nuovo simbolo del PNV e devo dire che è stata un’esperienza istruttiva. Ci sono stati momenti di disaccordo e di tensione. Alla fine però è venuto fuori questo nuovo simbolo che secondo me va dritto all’obiettivo che ci si era dati: novità e rottura. Dai simboli dei partiti si possono capire un’infinità di cose. Dal simbolo del PNV secondo me viene fuori l’immagine di un partito che vuole discostarsi con forza dai soliti cliché che vengono affibiati per ignoranza. I concetti e le idee ce le abbiamo, ci mancava un simbolo che rappresentasse questa alterità.



