I butei i’è cresui

Si parte con un piede fantasticamente giusto con A Great Day e viene subito da pensare che The Fall of 1960 sia in grado di regalare davvero grandi giorni. Spero vivamente che con questo nuovo album ai Canadians venga tolta l’etichetta di band spensierata che fa musica teen. No, non era vero con A Sky With No Stars, il loro primo album, e a maggior ragione non è vero con questo nuovo album.

Dopo il primo ascolto il sapore che ti resta è quello di aver ascoltato un prodotto fatto da gente che ci sa fare. I Canadians sono cresciuti artisticamente, oltre che anagraficamente. Dopo il secondo ascolto inizi a capire che The Fall of 1960 rappresenta lo stato dell’arte dell’indie rock, o pop-rock. Molto meno puttani dell’album precedente, ti conquistano con garbo e non se ne vanno più. Dal terzo ascolto in poi godi e basta. Tra le dieci canzoni più ghost track non ce n’è una che sia fuori posto. Tutte sono meravigliosamente giuste così come sono e l’album scorre così bene dalla 1 alla 10 che i tre quarti d’ora volano; letteralmente. The Fall of 1960 mi ha sinceramente stupito perché è davvero notevole come siano riusciti a creare quest’atmosfera completa nell’album. Non ci sono doppioni, non ci sono riempitivi, ci sono “solo” dieci capitoli a sé che insieme compongono un capolavoro pieno. Il suono poi, vogliamo parlare del suono? Io non me ne intendo di questioni tecniche ma si sente chiaramente che il primo album aveva un suono che io chiamo distillato, mentre questo nuovo album ha un suono pastoso, bello carico. Magari ho detto una serie di cazzate eh, ma io preferisco il suono di questo album.

Insomma, per concludere, come forse saprete sono in palese conflitto di interessi ma davanti a un prodotto come questo crolla ipso facto qualsiasi dubbio o sospetto di recensione buonista. The Fall of 1960 è oggettivamente un disco con i controcazzi. Inaccettabile pensare il contrario.