Go West

Sviluppata nel corso dei secoli da pionieri testardi, la politica di frontiera anglo-americana sottolineava la funzione dell’individuo nel soggiogare la natura, lasciandolo quindi libero di sfruttare la nuova terra per proprio conto. La politica di frontiera spagnola, da parte sua, subordinava l’individuo allo stato, perciò la funzione essenziale del pioniere non era di arricchirsi, bensì di contribuire a creare una nazione forte e una chiesa potente. Nello scontro tra questi due sistemi – e due diversi modi di vita – l’esito non fu mai dubbio. Il conflitto si chiuse con il trionfo degli uomini di frontiera americani, che piantarono la loro bandiera – e il loro grano – sulle rive del Pacifico, avendo alle spalle il continente conquistato.

Al sottoscritto sono bastate queste poche righe all’inizio di Storia della conquista del West di Ray Allen Billington per essere ben disposto alla lettura del libro; nonostante l’orribile copertina e la prescindibile introduzione di Sergio Bonelli. Sembra quasi che l’intento di quelli che hanno curato questa edizione italiana sia stato camuffare la rilevanza e lo spessore da libro di storia per farlo passare come una specie di dietro le quinte dei fumetti western. No, non è questo il caso. Storia della conquista del West è, appunto, un libro di storia. Un bellissimo libro di storia.

Che il libro sia del 1956 si sente forse dal fatto che ogni tanto l’autore butta qua e là certe frasi (come la proverbiale mancanza di progettualità dei messicani) che al giorno d’oggi suonano molto poco politicamente corrette. Tuttavia questo non è, come può sembrare, un libro che esalta acriticamente la conquista del Grande Ovest da parte dei pionieri americani. Il libro per esempio è infarcito di aneddoti e di crude descrizioni di cacciatori di marmotte che fanno pensare a tutto fuorché a un elogio.

Ne Storia della conquista del West viene narrato di come i pionieri siano usciti dal recinto statale statunitense per cercare fortuna a Ovest. Che si siano stabiliti in territori appartenenti blandamente al Messico o non appartenti a nessun stato, questi pionieri hanno tracciato una rotta poi seguita da migliaia di altre persone che hanno popolato il West scavalcando di numero i pochi messicani o gli indiani residenti e innescando una reazione dalla quale non si è potuto tornare indietro: la voglia da parte dei residenti provenienti dagli Usa di tornare a far parte degli Usa. A dispetto di quello che si può credere, gli Usa furono molto reticenti all’inizio nell’accogliere questi nuovi territori come parte del proprio stato; vuoi per paura di provocare il Messico, vuoi per non accrescere il peso degli stati schiavisti. Emblematico il caso del Texas che dal 1836 al 1845 fu una repubblica indipendente la cui annessione agli Usa venne negata.

Nonostante l’autore prenda in qualche modo le distanze dalla teoria del destino manifesto, ossia la “predestinazione” degli americani a conquistare tutto l’Ovest annettendosi anche territori che facevano parte del Messico, già dall’introduzione sopra riportata si capisce che alla fine non poteva che essere così. Questo non perché il buon Dio abbia guidato i pionieri verso la conquista ma perché, come spiega perfettamente l’autore, l’individuo lasciato libero di perseguire la propria volontà e di organizzarsi come meglio crede avrà una forza propulsiva decisamente superiore a uno stato che posiziona dei fortini per marcare il territorio.

Rimane un grande e affascinante se: e se il Texas fosse rimasto indipendente?