L’Africa non è mai stata nei miei interessi; sarà perché non ci sono mai stato e quindi non ho mai avuto nessuno stimolo per approfondire. A parte Mukiwa e Quando un coccodrillo mangia il sole di Peter Godwin sullo Zimbabwe, non penso di aver letto altro sul continente africano. Tuttavia, in occasione del primo storico campionato mondiale di calcio in terra africana ho voluto omaggiare il continente leggendo un libro preziosissimo: La carità che uccide. Come gli aiuti dell’Occidente stanno devastando il Terzo Mondo di Dambisa Moyo.
Che la valanga di aiuti occidentali al continente africano non stessero funzionando a dovere (per usare un eufemismo) ne avevo un vago sentore, anche vedendo semplicemente i risultati. Anche che la soluzione fosse quella, come in molti reclamano, di dare più aiuti, non mi sembrava una via saggia. Questo libro mi ha spiegato perfettamente quello che intuivo. La prima cosa bella di questo libro è che è scritto da un’africana e, a pensarci bene, non è cosa da poco dato che in molti dibattiti sull’Africa quello che manca sono gli africani. Dambisa Moyo è nata e cresciuta nello Zambia, si è laureata in economia a Oxford e ha lavorato per la Banca Mondiale e Goldman Sachs. L’autrice non è una pericolosa libertarian ma una liberale (tendente alla socialdemocrazia, se ho letto bene tra le righe) la cui tesi di fondo, molto sinteticamente, è che gli aiuti all’Africa sono una droga che debilita sempre più gli africani fino a ucciderli. Gli aiuti che da sessant’anni (non sei mesi) arrivano in Africa alimentano un circolo vizioso fatto di corruzione, demotivazione e uccisione del mercato locale. Le ricette della Moyo, sempre in sintesi, sono:
- Aprire i Paesi africani ai mercati obbligazionari internazionali, come hanno fatto molti Paesi asiatici.
- Investimenti esteri sulle infrastrutture africane, come sta facendo la Cina.
- La possibilità di entrare nei mercati agricoli occidentali, ossia la fine dell’immonda sovvenzione protezionista occidentale di UE e USA alla propria agricoltura (a proposito, dovrò scrivere un post sulla nuova moda dei “chilometro zero”).
- La crescita dell’intermediazione finanziaria del microcredito e l’ottenimento dei titoli di proprietà sulle abitazioni da utilizzare come garanzia.
In poche parole: più mercato e meno assistenzialismo.
Non voglio assolutamente sembrare irrispettoso, però mi sembra che la situazione che la Moyo descriva si possa anche applicare alle regioni meridionali dello stato italiano; tenendo sempre a mente le evidenti differenze. Ossia decenni e decenni di sovvenzioni che non hanno fatto altro che creare classi politiche corrotte che si auto-perpetuano in contesti di bisognosi che aspettano dall’alto l’ennesimo aiutino.
Che cosa succederebbe se uno a uno tutti i paesi africani ricevessero una telefonata (concordata da tutti i maggiori donatori: la Banca Mondiale, i paesi occidentali etc) in cui si comunica che entro cinque anni esatti i rubinetti degli aiuti verranno chiusi per sempre?
[...] Un numero molto maggiore di africani morirebbe di povertà e di fame? Probabilmente no: la realtà è che le vittime della povertà in Africa non sono toccate comunque dal flusso di aiuti. Ci sarebbero più guerre, più colpi di stato, più despoti? È dubbio: senza aiuti internazionali si toglie un grosso incentivo ai conflitti. Si smetterebbe di costruire strade, scuole e ospedali? Improbabile.
Cosa pensate che farebbero gli africani se gli aiuti si fermassero: andrebbero semplicemente avanti come al solito? Troppi paesi africani hanno già toccato il fondo: sono senza governo, vittime della povertà, e giorno dopo giorno restano sempre più indietro rispetto al resto del mondo; peggio di così non può andare. Non è più probabile invece che in un mondo liberato dagli aiuti, la vita economica della maggioranza degli africani possa effettivamente migliorare, che la corruzione diminuisca, nascano imprenditori, e il motore della crescita africana cominci a scoppiettare? Questo è l’esito più verosimile: che laddove esistesse una reale possibilità di creare una vita migliore per sé, i propri figli e le future generazioni, gli africani l’afferrerebbero al volo.
Se altri paesi nel mondo sviluppato lo hanno fatto senza aiuti internazionali (generando una crescita consistente, aumentando i profitti e salvando miliardi di persone dal rischio di povertà), perché non l’Africa? Ricordate che soltanto trent’anni fa il reddito pro capite del Malawi, del Burundi e del Burkina Faso era superiore a quello della Cina. Uno straordinario ribaltone è sempre possibile.
tratto da La carità che uccide di Dambisa Moyo




7 Responses to “Fermare il ciclo della miseria”
Un libro molto interessante e benvenuto, anche se va comunque preso un po’ con le pinze, come indicato in questo podcast della radio svizzera.
radio svizzera che è come la bbc e rai3
Touché.
Però se la tua critica è centrata sulla sorgente e non sulle idee, il tuo diventa un attacco ad hominem.
D’altra parte non mi pare che le tue posizioni libertarie sull’economia vengano appoggiate dalla maggioranza degli economisti, ma non è certo questo il motivo per rifiutarle (se fosse il caso).
la mia era più che altro una battuta
neanche la Moyo dice che TUTTI gli aiuti siano devastanti ma soprattutto quelli a pioggia che non fanno altro che alimentare la piaga della miseria.
cmq, fossero tutti i media pubblici come la bbc e la radio svizzera…
io tra l’altro l’unico tg che guardo è quello di bbc world e su FB sono fan di Zeinab Badawi
C’è un bel documentario della BBC molto recente, si intitola The African Journey (diviso in tre parti) in cui vengono affrontati questi argomenti. Ad esempio quando Dimbleby (il conduttore) incontra Aliko Dangote, che dice più o meno le stesse cose, cioè che l’Africa avrebbe bisogno di un’apertura maggiore dei mercati per poter essere competitiva e camminare sulle proprie gambe.
Nello stesso documentario ricordano anche che gli aiuti aiutarono l’Etiopia a risollevarsi dal tremendo 1984.
a fare i pignoli anche il fatto che la tizia si africana è un argomento ad hominem
chiamatemi “il berlusca di verona” allora!