Kimbie

Sarò old fashioned, ma a me in una recensione musicale piace sapere del disco, del genere, della musica. In una recensione musicale, di discorsi sui massimi sistemi scritti in un italiano incomprensibile non mi interessa nulla. Purtroppo la piaga del recensore incomprensibile prende sempre più piede e mi ritrovo con una rivista musicale tipo Rumore nella quale posso trovare delle recensione che riescono a non dire nulla del disco recensito. Quand’è successo che scrivere di musica è diventata una professione per intellettualoidi che non dicono niente? Che tristezza.

Prendiamo Crooks & Lovers dei Mount Kimbie. Far capire di cosa si tratta quando si parla dell’ultimo lavoro del duo inglese non è affatto difficile: techno minimale. Un album di scarni beat nel quale la pausa tra un battito e l’altro è essenziale quanto il beat stesso. Qua e là inserti vocali che servono a cesellare l’opera e suoni di chitarra o altri strumenti per dare un senso di armonia al tutto. Musica elettronica adatta non molto al ballo dei corpi (almeno, non tutte le canzoni) ma al ballo della mente. Un album che, se il genere piace, al primo ascolto non si può non esclamare fuck yeah. La musica è astrazione che parte dalla solidità del suono. I Mount Kimbie riescono a fare pura astrazione. Solida come un battito, come una pausa.