Category: l’angolo levante

被爆者

hiroshima

A me la bomba ha portato via tutto, ha annichilito la mia infanzia, ha distrutto la mia famiglia. Di mia madre e mia sorella minore si perse ogni traccia il 6 agosto, non fu mai ritrovato neanche un frammento dei loro corpi. Mio padre morì il 3 settembre per le ustioni, le ferite e le radiazioni; mia sorella maggiore il 5. Un mese dopo erano morti anche i nonni.

Io solo ero sopravvissuto per miracolo, non so se per la volontà di Dio o di Budda. Ma la società, da quel giorno, prese a guardarmi con disgusto, ero un relitto dell’atomica, un orfano della disfatta. A 16 anni tentai il suicidio. Ho perso la vista. Ho avuto un cancro e hanno dovuto togliermi lo stomaco. A quarant’anni avevo già sofferto due infarti. Sono stato mandato in California una prima volta nel 1956 per curarmi, e fui quasi ammazzato di nuovo, ridotto a topo da laboratorio per le ricerche di un certo dottor Gallop sugli effetti delle radiazioni atomiche. I 200.000 che a Hiroshima e Nagasaki morirono sul colpo non furono i più sfortunati. Loro sono andati in paradiso subito.

Avevo solo quattro anni quando il Giappone attaccò gli Stati Uniti a Pearl Harbor: che cosa avevo fatto io, per meritarmi la vendetta atomica? Hiroshima rimane parte di me, il mio corpo porta tutte le ferite, la mia memoria vivrà finchè vivo io. Quando non ci sarò più, non dimenticate la mia agonia di questi sessant’anni. Questa è la storia personale di Takashi Tanemori che aveva otto anni il 6 agosto 1945, questa è la storia che dovete continuare a raccontare a tutto il mondo.

Lo hibakusha (“persona affetta dall’esplosione“) Takashi Tanemori che pur trovandosi a soli 1000 metri di distanza dal punto dell’esplosione sopravvisse alla bomba atomica sganciata il 6 agosto 1945 su Hiroshima.

Genkan

Oggi dopo aver lavato la fogna, cioè la casa, ho deciso unilateralmente che un buon proposito per quest’anno sarà quello di far finta di avere un genkan (si legge “ghencan“). Ossia, nelle abitazioni giapponesi, quella zona appena entrati in casa, che è più bassa rispetto al resto, nella quale ci si toglie le scarpe. Se cliccate sul link qua sopra, vi spiegano bene.

Ho sempre sognato di avere un vero genkan e quando costruiremo dalle fondamenta la nostra casa singola dei nostri sogni, sarà mia premura includere nel progetto questo tocco di squisito senso della pulizia giapponese. D’altronde, continuo a essere un wapanese. Per il momento, mi accontento di un finto genkan, ossia, banalmente, togliersi le scarpe appena entrati in casa e riporle nella piccola scarpiera aperta di fianco alla porta che ora viene usata dalla consorte per appoggiare borse e altre cianfrusaglie.

Alla notizia della mia decisione unilaterale e vincolante anche per lei, la consorte di cui sopra ha esclamato un poco convinto “va bene” con quell’espressione che ormai ho imparato bene a conoscere e che interpretata significa più o meno: “oddio, un’altra delle sue strambe idee; ma non potevo scegliermi una persona normale?“. Incurante della nomea da baùco che mi ritrovo, vado comunque avanti per il mio buon proposito e resta solo da decidere come comportarsi in caso di ospiti. Ossia, strappo alla regola nipponica di civiltà e pulizia o gentile richiesta di consegna delle calzature? Potrei sempre comprare un po’ di ciabattine di spugna leggere, quelle che di solito si trovano negli hotel, da offrire ai miei ospiti per non farli accomodari scalzi. Ma capirebbero il mio essere superiore alla sporca e decadente civiltà occidentale o mi prenderebbero per semplice pirla?

Cosa dite voi? E cosa ne pensano quei due commentatori che hanno più volte varcato la nostra soglia di casa?

10, 100, 1000 Giapponi

Una sorta di Commonwealth giapponese nel quale ci siano vari Stati, decine, ognuno dei quali guarda all’imperatore come i vari Stati del Commonwealth britannico guardano alla Regina della Gran Bretagna.

Per leggere e commentare, qui.

Minshutō

Se c’è uno Stato che politicamente e strutturalmente è messo di merda come o persino peggio dello Stato italiano, quello è il Giappone. Si può dire che in Giappone la situazione sia come quella italiana con l’unica differenza che là erano riusciti anni fa a essere la seconda economia del mondo mentre in Italia ci si è accontentati di entrare nella Top 10. La situazione è simile nel senso che il Giappone è uno Stato con una classe politica ridicola, corrotta e inefficiente come quella italiana e una burocrazia pervasiva come quella italiana. Il Partito Liberaldemocratico, fino a oggi, è stato praticamente al potere dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e di liberale non è che abbia mai avuto tanto. Un partito conservatore nel quale può capitare che i seggi si trasmettano di padre in figlio, un partito animato da mille correnti-clan che concorrono a spartirsi il potere, un partito che ha fatto cadere il Giappone in una stagnazione più che decennale. I Giapponesi, complice l’economia in picchiata catastrofica, si sono definitivamente stancati.

Questo Partito Democratico che ha stravinto le elezioni è nato undici anni fa dall’unione di quattro partiti che erano all’opposizione del Partito liberaldemocratico. Fondamentalmente, è un partito di centrosinistra, più centro che sinistra, e mi sembra che assomigli molto al Partito Democratico italiano. Ossia slogan abbastanza vuoti, un sentimento abbastanza anti-mercato e un populismo fondato sul yuai, cioè sull’amicizia e la felicità che, insomma, lasciano il tempo che trovano. Per un quindicennio in Giappone si sono mantenuti i tassi d’interesse prossimi allo zero per  stimolare un’economia devastata dallo scoppio di una bolla immobiliare stratosferica; bolla generata soprattutto dal continuo pompare liquidità. Non si è riformato nulla e ci si è ritrovati nella situazione di avere aziende cotte e stracotte tenute in vita artificialmente per salvaguardare l’armonia sociale. Aziende protette che hanno impedito il sorgere di nuove figure più competitive. Al di là del change e hope in salsa nipponica, non mi sembra che il Minshutō abbia le caratteristiche per far risollevare il Giappone. Un fatto decisamente positivo è la fine della cancrena liberaldemocratica; questo è un aspetto sicuramente da salutare con favore. Ma il nuovo non mi sembra migliore del vecchio.

Speriamo solo che il resto del mondo non segua la parabola giapponese.

名所江戸百景

Utagawa Hiroshige (歌川広重, 1797 – 12 ottobre 1858) è stato uno degli ultimi grandi artisti dell’ukiyoe, ossia le famose “immagini del mondo fluttuante. Più semplicemente, si può dire che Hiroshige è uno dei più grandi artisti giapponesi in assoluto.

L’ukiyoe è una tipologia di stampa artistica su blocchi di legno in auge tra il XVII e il XX secolo. Gli ukiyoe sono l’arte dei viziosi cittadini di Edo (oggi Tōkyō), Ōsaka e Kyōto: ritraggono le prostitute dei quartieri di piacere, scene di teatro, gli attori famosi, i lottatori di sumo ed, essendo stampati a un livello che potremmo definire “industriale”, non costavano cifre astronomiche come i dipinti veri. Più avanti nella storia degli ukiyoe, si affacciano anche scene paesaggistiche. I due maestri indiscussi di questo genere di ukiyoe sono il famoso Hokusai (quello della grande onda al largo di Kanagawa) e, appunto, Hiroshige. Il nostro è famoso per molte serie di paesaggi, come le Cinquantatrè stazioni del Tōkaidō (東海道五十三次, Tōkaidō Gojūsan Tsugi), le Sessantanove stazioni del Kiso Kaidō (木曾街道六十九次, Kiso Kaidō Rokujūkyū Tsugi) e le Cento famose vedute di Edo (名所江戸百景, Meisho Edo Hyakkei, uscite tra il 1856 e il 1859), che ebbero una popolarità straordinaria e delle quali sono venuto in possesso.

Infatti la tentatrice Taschen ha avuto la brillante idea di posizionare un suo negozio a Saint-Germain-des-Prés e ovviamente noi ci siamo capitati davanti. È stato un obbligo morale non lasciare lì quel librone di 34 x 42,5 centimentri e pesante 4,5 chili (pesato ieri) la cui carta è qualcosa di favoloso al tatto e alla vista; il classico souvenir poco ingombrante.

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Hiroshige ha influenzato anche molti artisti occidentali come Van Gogh, che gli ha copiato due stampe di questa serie:

被爆者

hiroshima

A me la bomba ha portato via tutto, ha annichilito la mia infanzia, ha distrutto la mia famiglia. Di mia madre e mia sorella minore si perse ogni traccia il 6 agosto, non fu mai ritrovato neanche un frammento dei loro corpi. Mio padre morì il 3 settembre per le ustioni, le ferite e le radiazioni; mia sorella maggiore il 5. Un mese dopo erano morti anche i nonni.

Io solo ero sopravvissuto per miracolo, non so se per la volontà di Dio o di Budda. Ma la società, da quel giorno, prese a guardarmi con disgusto, ero un relitto dell’atomica, un orfano della disfatta. A 16 anni tentai il suicidio. Ho perso la vista. Ho avuto un cancro e hanno dovuto togliermi lo stomaco. A quarant’anni avevo già sofferto due infarti. Sono stato mandato in California una prima volta nel 1956 per curarmi, e fui quasi ammazzato di nuovo, ridotto a topo da laboratorio per le ricerche di un certo dottor Gallop sugli effetti delle radiazioni atomiche. I 200.000 che a Hiroshima e Nagasaki morirono sul colpo non furono i più sfortunati. Loro sono andati in paradiso subito.

Avevo solo quattro anni quando il Giappone attaccò gli Stati Uniti a Pearl Harbor: che cosa avevo fatto io, per meritarmi la vendetta atomica? Hiroshima rimane parte di me, il mio corpo porta tutte le ferite, la mia memoria vivrà finchè vivo io. Quando non ci sarò più, non dimenticate la mia agonia di questi sessant’anni. Questa è la storia personale di Takashi Tanemori che aveva otto anni il 6 agosto 1945, questa è la storia che dovete continuare a raccontare a tutto il mondo.

Lo hibakusha (“persona affetta dall’esplosione“) Takashi Tanemori che pur trovandosi a soli 1000 metri di distanza dal punto dell’esplosione sopravvisse alla bomba atomica sganciata il 6 agosto 1945 su Hiroshima.

Un popolo in mascherina

I giapponesi hanno questa abitudine stramba di coprirsi la bocca e il naso con una mascherina bianca quando sono raffreddati, con il male di gola, etc etc; ossia ti farebbero la cortesia di non spandere per l’aere i loro malanni. Peccato che ‘ste mascherine non servano a un cazzo, ne sono convinto. Infatti sono riuscito lo stesso a prendermi il mal di gola e il raffreddore. Inoltre, vedermi, per esempio, in metropolitana circondato da ‘sti tizi in mascherina mi faceva salire un’angoscia che non vi dico e  passavo il tempo a cercare di stare il più lontano possibile dagli untori. Ma essendo una marea di mascherinizzati, non ci riuscivo.

Probabimente tutta questa salute precaria è dovuta al fatto che, per quello che abbiamo visto noi, ai giapponesi del Natale interessa ben poco; e così Gesù bambino li punisce. FdC, contrariata per questo atteggiamento poco natalizio, ha provato a infondere loro un po’ di amore per il Natale con una canzone in un karaoke. Tutto inutile.

Affranti da questa mancanza di conformità, il 23 dicembre siano andati a fare gli auguri all’imperatore ché compiva 75 anni e abbiamo colto l’occasione per chiedergli di far festeggiare il Natale come si deve ai giapponesi. In questo video potete sentire la sua viva voce che ci ringrazia personalmente per il pensiero ma cortesemente rifiuta il nostro invito. Poi però che non si lamentasse di avere un popolo di mascherine.

L’ultimo dell’anno siamo quindi andati ad Asakusa Kannon per festeggiare l’arrivo dell’anno nuovo alla maniera dei giapponesi. Capirete il nostro shock culturale quando, allo scattare della mezzanotte, abbiamo provato a far partire un trenino senza riuscirci. Che popolo barbaro quello che non conosce le gioie del trenino!

Sconfortati da tanta stranezza, l’ultimo giorno di permanenza siamo andati al grande magazzino Laforet, che si dice essere molto fighetto. All’entrata però veniamo rapiti da un manipolo di percussioniste pazze. Io sarei rimasto lì a vederle e ascoltarle per ore e mi dispiace che il video non renda l’effettiva bellezza. Alla fine qualcosa da non buttare del Giappone l’abbiamo trovato dai.

Venite a vedere le diapositive?

Cliccare sull’immagine per ammirare le foto del viaggio.

Qui l’anno nuovo arriva prima, gnè gnè gnè

Ora manca un quarto d’ora alle 19.00. Tra mezzoretta usciamo e andiamo ad attendere il 2009 a Asakusa.

Statemi bene.

To do list

  • Imperatore dal vivo
  • Karaoke
  • Farsi l’okonomiyaki
  • Love hotel