Category: l’angolo levante

Non un’altra Chernobyl

Non sono un nuclearista a priori perché, nella mia scarsa conoscenza del tema, non sono sicuro che il nucleare sia effettivamente così conveniente dal punto di vista economico. Dal punto di vista della sicurezza invece non nutro particolari paure perché, molto semplicemente, le centrali nucleari sono sicure. Sì, la sicurezza assoluta non esiste e, sì, in Giappone le cose non sono ancora stabilizzate. Sono pronto a ricredermi se in Giappone le cose dovessero precipitare e vi invito caldamente a informarvi bene da più fonti (possibilmente non giornalistiche) prima di dare giudizi sul merito.

Se dovesse capitare un terremoto 8.9 Richter come quello giapponese di pochi giorni fa con epicentro per esempio a Grisignano di Zocco (che è più o meno nel centro del Veneto) e avesse vicino una centrale nucleare, questa sarebbe la mia ultima preoccupazione per il fatto che molto probabilmente reggerebbe il colpo (in quanto di terza generazione, quelle giapponesi sono ancora di seconda e reggono). Dicevo, sarebbe la mia ultima preoccupazione perché, banalmente, la civiltà veneta verrebbe spazzata via dal terremoto, e non dalla centrale nucleare.

William Tucker, autore di Terrestrial Energy: How Nuclear Power Will Lead the Green Revolution and End America’s Energy Odyssey (quindi un nuclearista convinto), ha scritto un articolo sul WSJ che riporto. Chiudo i commenti perché quando si parla di quesi argomenti (come anche quando si parla della scuola statale), gli animi tendono a infervorarsi; e a me non interessa un forum nei commenti. Se vi interessa, leggete e fateci un pensiero. Aggiungo infine che per me il Giappone è a dir poco un luogo di affetti e quindi non sono decisamente insensibile a quello che sta succedendo; nel caso venissi anche accusato di fare il nuclearista con la pelle degli altri.

Even while thousands of people are reported dead or missing, whole neighborhoods lie in ruins, and gas and oil fires rage out of control, press coverage of the Japanese earthquake has quickly settled on the troubles at two nuclear reactors as the center of the catastrophe.
Rep. Ed Markey (D., Mass.), a longtime opponent of nuclear power, has warned of “another Chernobyl” and predicted “the same thing could happen here.” In response, he has called for an immediate suspension of licensing procedures for the Westinghouse AP1000, a “Generation III” reactor that has been laboring through design review at the Nuclear Regulatory Commission for seven years.
Before we respond with such panic, though, it would be useful to review exactly what is happening in Japan and what we have to fear from it.
The core of a nuclear reactor operates at about 550 degrees Fahrenheit, well below the temperature of a coal furnace and only slightly hotter than a kitchen oven. If anything unusual occurs, the control rods immediately drop, shutting off the nuclear reaction. You can’t have a “runaway reactor,” nor can a reactor explode like a nuclear bomb. A commercial reactor is to a bomb what Vaseline is to napalm. Although both are made from petroleum jelly, only one of them has potentially explosive material.
Once the reactor has shut down, there remains “decay heat” from traces of other radioactive isotopes. This can take more than a week to cool down, and the rods must be continually bathed in cooling waters to keep them from overheating.
On all Generation II reactors—the ones currently in operation—the cooling water is circulated by electric pumps. The new Generation III reactors such as the AP1000 have a simplified “passive” cooling system where the water circulates by natural convection with no pumping required.
If the pumps are knocked out in a Generation II reactor—as they were at Fukushima Daiichi by the tsunami—the water in the cooling system can overheat and evaporate. The resulting steam increases internal pressure that must be vented. There was a small release of radioactive steam at Three Mile Island in 1979, and there have also been a few releases at Fukushima Daiichi. These produce radiation at about the level of one dental X-ray in the immediate vicinity and quickly dissipate.
If the coolant continues to evaporate, the water level can fall below the level of the fuel rods, exposing them. This will cause a meltdown, meaning the fuel rods melt to the bottom of the steel pressure vessel.
Early speculation was that in a case like this the fuel might continue melting right through the steel and perhaps even through the concrete containment structure—the so-called China syndrome, where the fuel would melt all the way to China. But Three Mile Island proved this doesn’t happen. The melted fuel rods simply aren’t hot enough to melt steel or concrete.
The decay heat must still be absorbed, however, and as a last-ditch effort the emergency core cooling system can be activated to flood the entire containment structure with water. This will do considerable damage to the reactor but will prevent any further steam releases. The Japanese have now reportedly done this using seawater in at least two of the troubled reactors. These reactors will never be restarted.
None of this amounts to “another Chernobyl.” The Chernobyl reactor had two crucial design flaws. First, it used graphite (carbon) instead of water to “moderate” the neutrons, which makes possible the nuclear reaction. The graphite caught fire in April 1986 and burned for four days. Water does not catch fire.
Second, Chernobyl had no containment structure. When the graphite caught fire, it spouted a plume of radioactive smoke that spread across the globe. A containment structure would have both smothered the fire and contained the radioactivity.
If a meltdown does occur in Japan, it will be a disaster for the Tokyo Electric Power Company but not for the general public. Whatever steam releases occur will have a negligible impact. Researchers have spent 30 years trying to find health effects from the steam releases at Three Mile Island and have come up with nothing. With all the death, devastation and disease now threatening tens of thousands in Japan, it is trivializing and almost obscene to spend so much time worrying about damage to a nuclear reactor.
What the Japanese earthquake has proved is that even the oldest containment structures can withstand the impact of one of the largest earthquakes in recorded history. The problem has been with the electrical pumps required to operate the cooling system. It would be tragic if the result of the Japanese accident were to prevent development of Generation III reactors, which eliminate this design flaw.

Qui invece un lungo post di uno che non è preoccupato.

Una questione di umanità

Sono anni che lo ripeto e randello le balle a tutti, e in questi giorni la cosa è tristemente evidente: i giornalisti italiani non sono in grado di parlare di Giappone. Il Giappone è un arcipalego grande, composto da quasi 7000 isole, abitato da 127 milioni di persone. Il fatto che una generazione sia cresciuta a cartoni giapponesi, che da piccoli abbiamo scoperto il sumo, che a Cologno Monzese abbiano girato Kiss Me Licia non è sufficiente a chiudere il fascicolo Giappone e credersi edotti sull’argomento. Invece molti giornalisti italiani non sanno che quello, e con quello vogliono raccontare il paese. Sono diversi da noi, e noi siamo diversi da loro, ma i giapponesi restano persone. Soffrono, amano, si incazzano, manifestano, dicono stronzate, ciulano e muoiono. Persone.

Normalmente il Giappone viene raccontato così, a cazzo di cane, per fare del colore stupido. E già ci si infuria, se si ha un’idea di questo meccanismo. L’ultima volta è stata appena tre giorni fa, quando Renata Pisu su Repubblica ha raccontato della decisione da parte della JR, società ferroviaria più grande del mondo, di adottare sedili anti svacco nelle linee urbane di Tokyo. Fosse successo a São Paulo nessuno avrebbe pensato di farci una pagina; è successo a Tokyo, e allora vai di citazioni del Generale MacArthur (roba anni Quaranta) e descrizione dei giapponesi come dei ragazzini sciocchi. Foto: un uomo che spinge i pendolari in un vagone strapieno della metropolitana. Quello, le mascherine, il sumo, le mutande in vendita, i samurai e i manga fanno parte di un corpus di luoghi comuni dai quali la stampa italiana non riesce a discostarsi. E dire che Tokyo è a una decina di ore d’aereo. Uno va, e se ne accorge che non è così, che c’è altro.

La cosa peggiore però non sono questi tic. La cosa peggiore è quando questa reiterazione di una manciata di temi stupidi e marginali è sufficiente per esprimere giudizi profondi sulle persone. E si arriva al titolo di oggi del Corriere «Quella calma “disumana” del popolo dei manga forgiato dalla tradizione» che si permette di giudicare il dolore con disumanità, scavalcando un articolo di Alessandro Gerevini che, pur senza sostenere quello che il titolista butta là tra virgolette, non riesce a non usare tutti i luoghi comuni sul popolo giapponese. Questa idea per cui i giapponesi sono veramente tutt’uno, un blocco umano indistinto e omogeneo, di cui si può avere un’impressione generale che ricade poi su ogni componente. E questa impressione è, ovviamente, quella di un blocco indistinto e disumanizzato, come sono quelli di cui non sei capace di vedere l’umanità.

Pio D’Emilia, giornalista italiano in Giappone da decenni, in collegamento con Sky non può fare a meno di dirsi sconcertato dal fatto che non sia partito un volontariato spontaneo d’emergenza di quelli che da noi sarebbero già in moto da diverse ore. Ma Pio D’Emilia è lì. Non sono d’accordo con lui, credo che si possa anche smettere di fare giornalismo comparativo, ma almeno la sua opinione, per quanto diversa dalla mia, è frutto di esperienza.

Nelle redazioni c’è solo la banale ripetizione di storie di manga e sumo, di sushi e disciplina. E le ricadute di oggi mi fanno pensare che non ci sia niente da fare, se non aspettare che andiate in pensione tutti, capre senza umiltà. Perché se non vi fermano nemmeno migliaia di morti, nemmeno queste foto, io veramente non so cosa vi possa fermare .

Questo post è stato scritto da Matteo Bordone e sono completamente d’accordo con lui. Io mi sono accorto una decina d’anni fa in modo chiaro che non solo i giornalisti nostrani, ma soprattutto il tizio medio (e anche quello acculturato) pensa che i giapponesi siano nella migliore delle ipotesi dei sempliciotti perversi che non ci arrivano, dei quali scherzare con loro presenti, ché tanto non se ne accorgono (faccio questo esempio perché ne sono stato testimone).

Beh, vaffanculo, eh?

Giappone all’albumina

A Lugano, a Villa Ciani, sta per concludersi una interessantissima mostra sull’arte fotografica del Giappone di fine ’800. Si chiama Ineffabile perfezione ed è una mostra veramente importante che illustra l’epopea della cosiddetta Scuola di Yokohama. Scuola chiamata in questo modo perché aveva il suo centro, appunto, a Yokohama, allora il luogo in Giappone con più presenza di stranieri. Furono infatti gli occidentali a portare l’arte della fotografia in Giappone ed a insegnare ai locali le tecniche. Tra i protagonisti indiscussi abbiamo due veneti: Felice Beato (veneziano di Corfù e cittadino britannico) e il vicentino Adolfo Farsari. Due figure fantastiche di avventurieri nel senso migliore del termine.

La particolarità di queste foto consiste nel fatto che sono state fatte attraverso il metodo della stampa all’albume. Ossia un tipo di stampa fotografica il cui nome deriva dal fatto che la cosiddetta chiara d’uovo, cioè l’albume, veniva adoperato come legante per creare un’emulsione a base di sali d’argento da stendere su fogli di carta. Il risultato era una foto in bianco e nero che tendeva al color seppia. La particolarità della Scuola di Yokohama consiste nel fatto che queste foto venivano poi colorate a mano (a volte anche con pennelli con una sola setola) con dei risultati  stupefacenti.

Le foto avevano lo scopo prevalente, almeno all’inizio, di souvenir per gli occidentali che passavano in Giappone e sono caratterizzate dal classico esotismo che l’occidentale si aspetta da un Paese così lontano. Successivamente, con la crescita di una media borghesia giapponese e conseguentemente di un mercato interno, le foto all’albumina tendono a rappresentare anche un Giappone che molto velocemente sta scomparendo sotto la modernizzazione imposta dell’era Meiji. Un aspetto non secondario di questa fotografia è l’aver reso visibili i meisho, cioè i cosiddetti “luoghi celebri”, ossia quei luoghi che nel corso dei secoli sono stati idealizzati dalle poesie; più astrazioni mentali che luoghi veri e propri.

P.S. la foto all’inizio del post è stata scattata nello stesso posto nel quale io ho scattato questa e quasi con la stessa prospettiva :)

被爆者

hiroshima

A me la bomba ha portato via tutto, ha annichilito la mia infanzia, ha distrutto la mia famiglia. Di mia madre e mia sorella minore si perse ogni traccia il 6 agosto, non fu mai ritrovato neanche un frammento dei loro corpi. Mio padre morì il 3 settembre per le ustioni, le ferite e le radiazioni; mia sorella maggiore il 5. Un mese dopo erano morti anche i nonni.

Io solo ero sopravvissuto per miracolo, non so se per la volontà di Dio o di Budda. Ma la società, da quel giorno, prese a guardarmi con disgusto, ero un relitto dell’atomica, un orfano della disfatta. A 16 anni tentai il suicidio. Ho perso la vista. Ho avuto un cancro e hanno dovuto togliermi lo stomaco. A quarant’anni avevo già sofferto due infarti. Sono stato mandato in California una prima volta nel 1956 per curarmi, e fui quasi ammazzato di nuovo, ridotto a topo da laboratorio per le ricerche di un certo dottor Gallop sugli effetti delle radiazioni atomiche. I 200.000 che a Hiroshima e Nagasaki morirono sul colpo non furono i più sfortunati. Loro sono andati in paradiso subito.

Avevo solo quattro anni quando il Giappone attaccò gli Stati Uniti a Pearl Harbor: che cosa avevo fatto io, per meritarmi la vendetta atomica? Hiroshima rimane parte di me, il mio corpo porta tutte le ferite, la mia memoria vivrà finchè vivo io. Quando non ci sarò più, non dimenticate la mia agonia di questi sessant’anni. Questa è la storia personale di Takashi Tanemori che aveva otto anni il 6 agosto 1945, questa è la storia che dovete continuare a raccontare a tutto il mondo.

Lo hibakusha (“persona affetta dall’esplosione“) Takashi Tanemori che pur trovandosi a soli 1000 metri di distanza dal punto dell’esplosione sopravvisse alla bomba atomica sganciata il 6 agosto 1945 su Hiroshima.

Genkan

Oggi dopo aver lavato la fogna, cioè la casa, ho deciso unilateralmente che un buon proposito per quest’anno sarà quello di far finta di avere un genkan (si legge “ghencan“). Ossia, nelle abitazioni giapponesi, quella zona appena entrati in casa, che è più bassa rispetto al resto, nella quale ci si toglie le scarpe. Se cliccate sul link qua sopra, vi spiegano bene.

Ho sempre sognato di avere un vero genkan e quando costruiremo dalle fondamenta la nostra casa singola dei nostri sogni, sarà mia premura includere nel progetto questo tocco di squisito senso della pulizia giapponese. D’altronde, continuo a essere un wapanese. Per il momento, mi accontento di un finto genkan, ossia, banalmente, togliersi le scarpe appena entrati in casa e riporle nella piccola scarpiera aperta di fianco alla porta che ora viene usata dalla consorte per appoggiare borse e altre cianfrusaglie.

Alla notizia della mia decisione unilaterale e vincolante anche per lei, la consorte di cui sopra ha esclamato un poco convinto “va bene” con quell’espressione che ormai ho imparato bene a conoscere e che interpretata significa più o meno: “oddio, un’altra delle sue strambe idee; ma non potevo scegliermi una persona normale?“. Incurante della nomea da baùco che mi ritrovo, vado comunque avanti per il mio buon proposito e resta solo da decidere come comportarsi in caso di ospiti. Ossia, strappo alla regola nipponica di civiltà e pulizia o gentile richiesta di consegna delle calzature? Potrei sempre comprare un po’ di ciabattine di spugna leggere, quelle che di solito si trovano negli hotel, da offrire ai miei ospiti per non farli accomodari scalzi. Ma capirebbero il mio essere superiore alla sporca e decadente civiltà occidentale o mi prenderebbero per semplice pirla?

Cosa dite voi? E cosa ne pensano quei due commentatori che hanno più volte varcato la nostra soglia di casa?

10, 100, 1000 Giapponi

Una sorta di Commonwealth giapponese nel quale ci siano vari Stati, decine, ognuno dei quali guarda all’imperatore come i vari Stati del Commonwealth britannico guardano alla Regina della Gran Bretagna.

Per leggere e commentare, qui.

Minshutō

Se c’è uno Stato che politicamente e strutturalmente è messo di merda come o persino peggio dello Stato italiano, quello è il Giappone. Si può dire che in Giappone la situazione sia come quella italiana con l’unica differenza che là erano riusciti anni fa a essere la seconda economia del mondo mentre in Italia ci si è accontentati di entrare nella Top 10. La situazione è simile nel senso che il Giappone è uno Stato con una classe politica ridicola, corrotta e inefficiente come quella italiana e una burocrazia pervasiva come quella italiana. Il Partito Liberaldemocratico, fino a oggi, è stato praticamente al potere dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e di liberale non è che abbia mai avuto tanto. Un partito conservatore nel quale può capitare che i seggi si trasmettano di padre in figlio, un partito animato da mille correnti-clan che concorrono a spartirsi il potere, un partito che ha fatto cadere il Giappone in una stagnazione più che decennale. I Giapponesi, complice l’economia in picchiata catastrofica, si sono definitivamente stancati.

Questo Partito Democratico che ha stravinto le elezioni è nato undici anni fa dall’unione di quattro partiti che erano all’opposizione del Partito liberaldemocratico. Fondamentalmente, è un partito di centrosinistra, più centro che sinistra, e mi sembra che assomigli molto al Partito Democratico italiano. Ossia slogan abbastanza vuoti, un sentimento abbastanza anti-mercato e un populismo fondato sul yuai, cioè sull’amicizia e la felicità che, insomma, lasciano il tempo che trovano. Per un quindicennio in Giappone si sono mantenuti i tassi d’interesse prossimi allo zero per  stimolare un’economia devastata dallo scoppio di una bolla immobiliare stratosferica; bolla generata soprattutto dal continuo pompare liquidità. Non si è riformato nulla e ci si è ritrovati nella situazione di avere aziende cotte e stracotte tenute in vita artificialmente per salvaguardare l’armonia sociale. Aziende protette che hanno impedito il sorgere di nuove figure più competitive. Al di là del change e hope in salsa nipponica, non mi sembra che il Minshutō abbia le caratteristiche per far risollevare il Giappone. Un fatto decisamente positivo è la fine della cancrena liberaldemocratica; questo è un aspetto sicuramente da salutare con favore. Ma il nuovo non mi sembra migliore del vecchio.

Speriamo solo che il resto del mondo non segua la parabola giapponese.

名所江戸百景

Utagawa Hiroshige (歌川広重, 1797 – 12 ottobre 1858) è stato uno degli ultimi grandi artisti dell’ukiyoe, ossia le famose “immagini del mondo fluttuante. Più semplicemente, si può dire che Hiroshige è uno dei più grandi artisti giapponesi in assoluto.

L’ukiyoe è una tipologia di stampa artistica su blocchi di legno in auge tra il XVII e il XX secolo. Gli ukiyoe sono l’arte dei viziosi cittadini di Edo (oggi Tōkyō), Ōsaka e Kyōto: ritraggono le prostitute dei quartieri di piacere, scene di teatro, gli attori famosi, i lottatori di sumo ed, essendo stampati a un livello che potremmo definire “industriale”, non costavano cifre astronomiche come i dipinti veri. Più avanti nella storia degli ukiyoe, si affacciano anche scene paesaggistiche. I due maestri indiscussi di questo genere di ukiyoe sono il famoso Hokusai (quello della grande onda al largo di Kanagawa) e, appunto, Hiroshige. Il nostro è famoso per molte serie di paesaggi, come le Cinquantatrè stazioni del Tōkaidō (東海道五十三次, Tōkaidō Gojūsan Tsugi), le Sessantanove stazioni del Kiso Kaidō (木曾街道六十九次, Kiso Kaidō Rokujūkyū Tsugi) e le Cento famose vedute di Edo (名所江戸百景, Meisho Edo Hyakkei, uscite tra il 1856 e il 1859), che ebbero una popolarità straordinaria e delle quali sono venuto in possesso.

Infatti la tentatrice Taschen ha avuto la brillante idea di posizionare un suo negozio a Saint-Germain-des-Prés e ovviamente noi ci siamo capitati davanti. È stato un obbligo morale non lasciare lì quel librone di 34 x 42,5 centimentri e pesante 4,5 chili (pesato ieri) la cui carta è qualcosa di favoloso al tatto e alla vista; il classico souvenir poco ingombrante.

hir03

Hiroshige ha influenzato anche molti artisti occidentali come Van Gogh, che gli ha copiato due stampe di questa serie:

被爆者

hiroshima

A me la bomba ha portato via tutto, ha annichilito la mia infanzia, ha distrutto la mia famiglia. Di mia madre e mia sorella minore si perse ogni traccia il 6 agosto, non fu mai ritrovato neanche un frammento dei loro corpi. Mio padre morì il 3 settembre per le ustioni, le ferite e le radiazioni; mia sorella maggiore il 5. Un mese dopo erano morti anche i nonni.

Io solo ero sopravvissuto per miracolo, non so se per la volontà di Dio o di Budda. Ma la società, da quel giorno, prese a guardarmi con disgusto, ero un relitto dell’atomica, un orfano della disfatta. A 16 anni tentai il suicidio. Ho perso la vista. Ho avuto un cancro e hanno dovuto togliermi lo stomaco. A quarant’anni avevo già sofferto due infarti. Sono stato mandato in California una prima volta nel 1956 per curarmi, e fui quasi ammazzato di nuovo, ridotto a topo da laboratorio per le ricerche di un certo dottor Gallop sugli effetti delle radiazioni atomiche. I 200.000 che a Hiroshima e Nagasaki morirono sul colpo non furono i più sfortunati. Loro sono andati in paradiso subito.

Avevo solo quattro anni quando il Giappone attaccò gli Stati Uniti a Pearl Harbor: che cosa avevo fatto io, per meritarmi la vendetta atomica? Hiroshima rimane parte di me, il mio corpo porta tutte le ferite, la mia memoria vivrà finchè vivo io. Quando non ci sarò più, non dimenticate la mia agonia di questi sessant’anni. Questa è la storia personale di Takashi Tanemori che aveva otto anni il 6 agosto 1945, questa è la storia che dovete continuare a raccontare a tutto il mondo.

Lo hibakusha (“persona affetta dall’esplosione“) Takashi Tanemori che pur trovandosi a soli 1000 metri di distanza dal punto dell’esplosione sopravvisse alla bomba atomica sganciata il 6 agosto 1945 su Hiroshima.

Un popolo in mascherina

I giapponesi hanno questa abitudine stramba di coprirsi la bocca e il naso con una mascherina bianca quando sono raffreddati, con il male di gola, etc etc; ossia ti farebbero la cortesia di non spandere per l’aere i loro malanni. Peccato che ‘ste mascherine non servano a un cazzo, ne sono convinto. Infatti sono riuscito lo stesso a prendermi il mal di gola e il raffreddore. Inoltre, vedermi, per esempio, in metropolitana circondato da ‘sti tizi in mascherina mi faceva salire un’angoscia che non vi dico e  passavo il tempo a cercare di stare il più lontano possibile dagli untori. Ma essendo una marea di mascherinizzati, non ci riuscivo.

Probabimente tutta questa salute precaria è dovuta al fatto che, per quello che abbiamo visto noi, ai giapponesi del Natale interessa ben poco; e così Gesù bambino li punisce. FdC, contrariata per questo atteggiamento poco natalizio, ha provato a infondere loro un po’ di amore per il Natale con una canzone in un karaoke. Tutto inutile.

Affranti da questa mancanza di conformità, il 23 dicembre siano andati a fare gli auguri all’imperatore ché compiva 75 anni e abbiamo colto l’occasione per chiedergli di far festeggiare il Natale come si deve ai giapponesi. In questo video potete sentire la sua viva voce che ci ringrazia personalmente per il pensiero ma cortesemente rifiuta il nostro invito. Poi però che non si lamentasse di avere un popolo di mascherine.

L’ultimo dell’anno siamo quindi andati ad Asakusa Kannon per festeggiare l’arrivo dell’anno nuovo alla maniera dei giapponesi. Capirete il nostro shock culturale quando, allo scattare della mezzanotte, abbiamo provato a far partire un trenino senza riuscirci. Che popolo barbaro quello che non conosce le gioie del trenino!

Sconfortati da tanta stranezza, l’ultimo giorno di permanenza siamo andati al grande magazzino Laforet, che si dice essere molto fighetto. All’entrata però veniamo rapiti da un manipolo di percussioniste pazze. Io sarei rimasto lì a vederle e ascoltarle per ore e mi dispiace che il video non renda l’effettiva bellezza. Alla fine qualcosa da non buttare del Giappone l’abbiamo trovato dai.