Yukio Mishima non mi è mai piaciuto. Non mi piacciano i i suoi libri che ho letto e non mi piace lui come persona. L’ho sempre considerato semplicemente un esteta esaltato e fascistoide, un nipponico D’Annunzio al cubo; e a me D’Annunzio non è mai stato granchè simpatico.
La spada di Mishima di Christopher Ross non è riuscito a farmi cambiare idea. Anche se ho l’impressione che lo scopo dell’autore in questo libro non sia quello di far amare Mishima a grandi e piccini. Tuttavia, Mishima continua a non piacermi ma La spada di Mishima mi piace, eccome se mi piace!
Sulla quarta di copertina c’è scritto: Un viaggio assolutamente unico, in parte biografia, in parte libro storico, in parte saggio filosofico. Ed è vero. Questo libro non è un libro unicamente su Mishima, l’autore prende Mishima come spunto e ci parla di se stesso, del Giappone e di alcuni aspetti della sua cultura. La scrittura leggera e appassionante, uno stile non "da saggio serioso" e i capitoli per la maggior parte corti sono tutte cose che aiutano a far sì che questo sia un libro che faccia dire "leggo ancora un po’ e poi spengo la luce, ancora un pochino e poi dormo", sono i libri migliori questi, no? Non saprei dire qual’è l’aspetto che mi è piaciuto di più del libro; forse la parte nella quale si parla della costruzione delle spade giapponesi, arte della quale io non sapevo nulla e che mi ha affascinato. Infine, anche chi non va matto per Mishima deve ammettere che è comunque un personaggio intrigante e che merita un po’ d’attenzione; anche se secondo me continua ad essere, paradossalmente, uno degli autori più occidentalizzati della letteratura giapponese, checchè sia pieno di amore per l’Imperatore, ma son pensieri miei.
La spada di Mishima è un libro molto bello anche per la fantastica, incredibile, stupenda traduzione italiana. Io non conosco bene il traduttore (un tal Stefano, boh), ma so di sicuro che se fossi il capo dell’editoria italiana (cioè Berlusconi) affiderei a questo fantastico traduttore tutte le opere più importanti pagandolo profumatamente. Certo, ho letto un kampai invece che kanpai, un Asahi Shimbum invece che Asahi Shinbum e un hara-kiri invece che harakiri, ma la colpa probabilmente è della versione originale e di una non standardizzazione delle traslitterazioni, vabbeh, andrò avanti comunque
Mishima sosteneva di governare la propria vita seguendo un principio di primaria importanza: la ricerca della bellezza. Sicuramente pensava che lo scopo di tutte le sue opere fosse di creare bellezza, sotto forma di arte letteraria. La sua vita divenne un dramma, una tragedia, sceneggiate con non minore cura delle opere che ufficialmente portava in teatro. Anche la sua vita doveva essere bella. "Voglio fare della mia vita un poema" aveva scritto.
Ogni elemento deve essere bello secondo il suo giudizio estetico: il suo corpo, coloro che gli stanno attorno, il suo compagno di suicidio, l’obiettivo del suo sacrificio finale. Non potrebbe mai accettare l’idea di invecchiare e scivolare gradualmente nel mondo reale, brutto e decadente, che pone la bellezza al di là della sua portata, inacessibile. Una volta si definì il kamikaze della bellezza.
Naturalmente i gusti possono essere molto diversi. Sono sicuro che Mishima non vedeva nulla di lontanamente ridicolo nelle uniformi del Tate no Kai. Per altri, invece, erano costumi teatrali per velleitari soldati par time, più adatte a mettere in scena un’operetta che non un colpo di stato.
Forse le opinioni degli altri erano, per Mishima, irrilevanti. Almeno quando si trattava di decidere che cosa fosse bello. Per lui la bellezza era l’antitesi della vita ordinaria. La vita delle masse non poteva mai essere bella. Era assolutamente necessario distinguersi dalla folla, sollevare la testa, evitare il destino di una personalità fiacca che non conosce nè sceglie una vita calzante, ma si limita ad accetarla come una giacca fuori misura, fatta per un uomo di una generazione precedente e per un corpo di dimensioni completamente diverse. Una vita confezionata su misura, opposta al conformismo di quelle prodotte in serie. Farsi qualcosa su misura è una soluzione, forse l’unica soluzione perchè le cose ci calzino bene addosso, e una vita di bellezza richiede un approccio di questo tipo.
tratto da la spada di mishima di christopher ross
L’unica cosa brutta di
Viene fatto di domandarci fino a che punto siamo veramente capaci di intendere il mondo da lei descritto. Qualcuno ha affermato che il lettore occidentale moderno è talmente lontano nel tempo e nello spazio da Murasaki, dal suo modo di pensare e di esprimersi, dai suoi costumi e dalla sensibilità del suo tempo, che per lui avrebbe potuto appartenere ad un altro pianeta e che egli percepisce nell’opera di questa dama di corte del X secolo solo una pallida approssimazione di ciò che lei intendeva dire. Se così fosse, anche il lettore giapponese d’oggi, figlio della società industriale occidentalizzata, sarebbe tagliato fuori quasi quanto noi occidentali dal mondo del Principe Splendente.


