Category: liber liber

Criminàl

Ho fatto un salutare strappo alla mia consuetudine di leggere saggi o libri di autori giapponesi morti e mi sono letto Criminàl di Carlo Pizzati; il libro in questione infatti è un romanzo scritto nientepopodimeno che da un veneto vivente.

A Roma, nei Musei Vaticani, c’è la Ambulatio Gregoriana: centoventi metri per sei metri affrescati da quaranta tavole geografiche volute, appunto, da Papa Gregorio XIII (1502 – 1585) che mostrano il dominio spirituale (ma non solo) della chiesa romana sul mondo. Una delle mappe, quella denominata Transpadana Venetorum Ditio, ha un particolare curioso, ossia all’altezza di Valdagno, cittadina delle Prealpi Venete, non è scritto, appunto, Valdagno bensì Criminal. Questa non è finzione, è vero.

Il romanzo è un noir ambientato a Valdagno e tutta la sua struttura ruota attorno a questo Criminal. Ci sono diversi piani temporali tutti collegati tra loro da un filo criminale familiare. La scrittura è davvero piacevole e mai scontata e la caratterizzazione dei personaggi è superba. A proposito, deliziosamente ritratto il tipo umano del fascista diventato secessionista ma che ha conservato tutto il suo fascistume. Una figura, ahimè, che ho ben presente.

Insomma, sono davvero contento di avere dato uno strappo alla consuetudine.

L’ottimista razionale

Non riesco proprio a comprendere come si possa dire che una volta le cose andavano meglio e che il futuro finirà sicuramente in catastrofe. Ridley la pensa proprio come me e in questo bel librone che si legge in modo davvero piacevole ci spiega come mai nel corso della storia l’umanità sia progredita e perché dobbiamo essere razionalmente ottimisti riguardo il futuro; alla faccia dei catastrofisti di tutti i generi.

Qui per leggere il resto e commentare.

Helvetica & Objectified

Helvetica e Objectified sono due documentari diretti da Gary Hustwit. Il primo è del 2007, parla della tipografia e del design grafico ed è incentrato, ovviamente, sul carattere tipografico del titolo, ossia l’Helvetica. Il secondo è un documentario del 2009 che parla del design degli oggetti di uso quotidiano e delle persone che stanno dietro a quegli oggetti.

Entrambi i documentari in pratica parlano del nostro tempo e sono utili per capire alcuni concetti e alcune realtà che possono sembrare scontate ma che invece sono il punto di arrivo (momentaneo) di un percorso iniziato forse con la rivoluzione industriale o forse ancora prima. A parte alcune sbandate nel sinistrosamente corretto (abbastanza inevitabili in questo settore), questi due film hanno il pregio di mostrarci “il dietro le quinte” degli oggetti materiali e non con i quali ci relazioniamo quotidianamente e la rivoluzione della semplicità e razionalità tipografica nella comunicazione scritta. Io che, in quanto fornitore delle materie prime che per antonomasia rappresentano la modernità e il design, faccio parte in modo molto laterale di questo mondo, mi rendo conto che non è semplice spiegare la poesia (derivata dallo studio di una soluzione) che può esserci dietro uno spazzolino o una sedia in plastica. Questi due film fanno poesia sulla modernità e ci inducono a riflettere sulla bellezza del tanto bistrattato presente.


Consiglio da ricordare

The economist must deal with doctrines, and not with men. It is for him to critique errant doctrine; it is not his charge to uncover the personal motives behind heterodoxy. The economist must face his opponents under the fictitious assumption that they are guided by objective considerations alone. It is irrelevant whether the advocate of a false notion acts in good or bad faith; what matters is if the stated notion is true or false. It is the charge of others to reveal corruption and enlighten the public concerning the same.
I have held fast to these principles throughout my life. Though I have known much, if not all, about the corruption of the interventionists and socialists with whom I have had to deal, I have never made use of this information.

Tratto da Memoirs di Ludwig von Mises.

Secondo me, da seguire anche se non si è economist. A personalizzare non si fa mai tanta strada.

Moonlight shadow

Sembrerà incredibile ma c’è tantissima gente (proprio tanta) che crede che l’uomo non sia mai andato sulla Luna o che la prima volta che ci andò si sia trattato di una messinscena. Ce n’è talmente tanta che il mai troppo lodato Paolo Attivissimo si è visto costretto a scrivere un libro (gratuitamente scaricabile) per mostrare che i lunacomplottisti sono delle capre astrali.

Luna? Sì, ci siamo andati! ci prende per manina e, dopo una breve storia sulla corsa allo spazio, ci guida nel debunking delle cazzate lunacomplottiste. Questo libro però non serve tanto a far capire ai lunacomplottisti che vivono in una realtà parallela tutta loro, bensì a tutte quelle persone normali che magari per la scarsa informazione sono dubbiose o a quelle persone che, sfortuna loro, si trovano a dover parlare con un paranoico e hanno quindi il dovere morale di fare in modo che il lunacomplottismo non infetti anche i presenti alla discussione.

Un bel bravo! ad Attivissimo per questo libro utile e anche divertente!

Ai “lunacomplottisti”, a coloro che sono impermeabili a ogni argomentazione, già convinti di sapere tutto e con i quali è inutile discutere, dedico il mio compatimento, perché sono incapaci di gioire di un’avventura esaltante che è una delle poche imprese di pace per le quali il ventesimo secolo ha speranze di essere ricordato come qualcosa di più che un susseguirsi di guerre, devastazioni e genocidi.

Ma queste pagine non sono semplicemente una pedante confutazione di tesi eccentriche. Sono anche una celebrazione di un istante irripetibile. Perché ci saranno altri traguardi, altre missioni, altri atterraggi su mondi remoti, ma lo sbarco sulla Luna del luglio 1969 è e resterà sempre il primo contatto dell’uomo con un altro mondo. Sarà sempre il primo momento in cui l’umanità ha dimostrato, sia pure per un istante, di saper lasciare la propria fragile culla.

tratto da Luna? Sì, ci siamo andati!

Fermare il ciclo della miseria

L’Africa non è mai stata nei miei interessi; sarà perché non ci sono mai stato e quindi non ho mai avuto nessuno stimolo per approfondire. A parte Mukiwa e Quando un coccodrillo mangia il sole di Peter Godwin sullo Zimbabwe, non penso di aver letto altro sul continente africano. Tuttavia, in occasione del primo storico campionato mondiale di calcio in terra africana ho voluto omaggiare il continente leggendo un libro preziosissimo: La carità che uccide. Come gli aiuti dell’Occidente stanno devastando il Terzo Mondo di Dambisa Moyo.

Che la valanga di aiuti occidentali al continente africano non stessero funzionando a dovere (per usare un eufemismo) ne avevo un vago sentore, anche vedendo semplicemente i risultati. Anche che la soluzione fosse quella, come in molti reclamano, di dare più aiuti, non mi sembrava una via saggia. Questo libro mi ha spiegato perfettamente quello che intuivo. La prima cosa bella di questo libro è che è scritto da un’africana e, a pensarci bene, non è cosa da poco dato che in molti dibattiti sull’Africa quello che manca sono gli africani. Dambisa Moyo è nata e cresciuta nello Zambia, si è laureata in economia a Oxford e ha lavorato per la Banca Mondiale e Goldman Sachs. L’autrice non è una pericolosa libertarian ma una liberale (tendente alla socialdemocrazia, se ho letto bene tra le righe) la cui tesi di fondo, molto sinteticamente, è che gli aiuti all’Africa sono una droga che debilita sempre più gli africani fino a ucciderli. Gli aiuti che da sessant’anni (non sei mesi) arrivano in Africa alimentano un circolo vizioso fatto di corruzione, demotivazione e uccisione del mercato locale. Le ricette della Moyo, sempre in sintesi, sono:

  1. Aprire i Paesi africani ai mercati obbligazionari internazionali, come hanno fatto molti Paesi asiatici.
  2. Investimenti esteri sulle infrastrutture africane, come sta facendo la Cina.
  3. La possibilità di entrare nei mercati agricoli occidentali, ossia la fine dell’immonda sovvenzione protezionista occidentale di UE e USA alla propria agricoltura (a proposito, dovrò scrivere un post sulla nuova moda dei “chilometro zero”).
  4. La crescita dell’intermediazione finanziaria del microcredito e l’ottenimento dei titoli di proprietà sulle abitazioni da utilizzare come garanzia.

In poche parole: più mercato e meno assistenzialismo.

Non voglio assolutamente sembrare irrispettoso, però mi sembra che la situazione che la Moyo descriva si possa anche applicare alle regioni meridionali dello stato italiano; tenendo sempre a mente le evidenti differenze. Ossia decenni e decenni di sovvenzioni che non hanno fatto altro che creare classi politiche corrotte che si auto-perpetuano in contesti di bisognosi che aspettano dall’alto l’ennesimo aiutino.

Che cosa succederebbe se uno a uno tutti i paesi africani ricevessero una telefonata (concordata da tutti i maggiori donatori: la Banca Mondiale, i paesi occidentali etc) in cui si comunica che entro cinque anni esatti i rubinetti degli aiuti verranno chiusi per sempre?

[...] Un numero molto maggiore di africani morirebbe di povertà e di fame? Probabilmente no: la realtà è che le vittime della povertà in Africa non sono toccate comunque dal flusso di aiuti. Ci sarebbero più guerre, più colpi di stato, più despoti? È dubbio: senza aiuti internazionali si toglie un grosso incentivo ai conflitti. Si smetterebbe di costruire strade, scuole e ospedali? Improbabile.

Cosa pensate che farebbero gli africani se gli aiuti si fermassero: andrebbero semplicemente avanti come al solito? Troppi paesi africani hanno già toccato il fondo: sono senza governo, vittime della povertà, e giorno dopo giorno restano sempre più indietro rispetto al resto del mondo; peggio di così non può andare. Non è più probabile invece che in un mondo liberato dagli aiuti, la vita economica della maggioranza degli africani possa effettivamente migliorare, che la corruzione diminuisca, nascano imprenditori, e il motore della crescita africana cominci a scoppiettare? Questo è l’esito più verosimile: che laddove esistesse una reale possibilità di creare una vita migliore per sé, i propri figli e le future generazioni, gli africani l’afferrerebbero al volo.

Se altri paesi nel mondo sviluppato lo hanno fatto senza aiuti internazionali (generando una crescita consistente, aumentando i profitti e salvando miliardi di persone dal rischio di povertà), perché non l’Africa? Ricordate che soltanto trent’anni fa il reddito pro capite del Malawi, del Burundi e del Burkina Faso era superiore a quello della Cina. Uno straordinario ribaltone è sempre possibile.

tratto da La carità che uccide di Dambisa Moyo

Go West

Sviluppata nel corso dei secoli da pionieri testardi, la politica di frontiera anglo-americana sottolineava la funzione dell’individuo nel soggiogare la natura, lasciandolo quindi libero di sfruttare la nuova terra per proprio conto. La politica di frontiera spagnola, da parte sua, subordinava l’individuo allo stato, perciò la funzione essenziale del pioniere non era di arricchirsi, bensì di contribuire a creare una nazione forte e una chiesa potente. Nello scontro tra questi due sistemi – e due diversi modi di vita – l’esito non fu mai dubbio. Il conflitto si chiuse con il trionfo degli uomini di frontiera americani, che piantarono la loro bandiera – e il loro grano – sulle rive del Pacifico, avendo alle spalle il continente conquistato.

Al sottoscritto sono bastate queste poche righe all’inizio di Storia della conquista del West di Ray Allen Billington per essere ben disposto alla lettura del libro; nonostante l’orribile copertina e la prescindibile introduzione di Sergio Bonelli. Sembra quasi che l’intento di quelli che hanno curato questa edizione italiana sia stato camuffare la rilevanza e lo spessore da libro di storia per farlo passare come una specie di dietro le quinte dei fumetti western. No, non è questo il caso. Storia della conquista del West è, appunto, un libro di storia. Un bellissimo libro di storia.

Che il libro sia del 1956 si sente forse dal fatto che ogni tanto l’autore butta qua e là certe frasi (come la proverbiale mancanza di progettualità dei messicani) che al giorno d’oggi suonano molto poco politicamente corrette. Tuttavia questo non è, come può sembrare, un libro che esalta acriticamente la conquista del Grande Ovest da parte dei pionieri americani. Il libro per esempio è infarcito di aneddoti e di crude descrizioni di cacciatori di marmotte che fanno pensare a tutto fuorché a un elogio.

Ne Storia della conquista del West viene narrato di come i pionieri siano usciti dal recinto statale statunitense per cercare fortuna a Ovest. Che si siano stabiliti in territori appartenenti blandamente al Messico o non appartenti a nessun stato, questi pionieri hanno tracciato una rotta poi seguita da migliaia di altre persone che hanno popolato il West scavalcando di numero i pochi messicani o gli indiani residenti e innescando una reazione dalla quale non si è potuto tornare indietro: la voglia da parte dei residenti provenienti dagli Usa di tornare a far parte degli Usa. A dispetto di quello che si può credere, gli Usa furono molto reticenti all’inizio nell’accogliere questi nuovi territori come parte del proprio stato; vuoi per paura di provocare il Messico, vuoi per non accrescere il peso degli stati schiavisti. Emblematico il caso del Texas che dal 1836 al 1845 fu una repubblica indipendente la cui annessione agli Usa venne negata.

Nonostante l’autore prenda in qualche modo le distanze dalla teoria del destino manifesto, ossia la “predestinazione” degli americani a conquistare tutto l’Ovest annettendosi anche territori che facevano parte del Messico, già dall’introduzione sopra riportata si capisce che alla fine non poteva che essere così. Questo non perché il buon Dio abbia guidato i pionieri verso la conquista ma perché, come spiega perfettamente l’autore, l’individuo lasciato libero di perseguire la propria volontà e di organizzarsi come meglio crede avrà una forza propulsiva decisamente superiore a uno stato che posiziona dei fortini per marcare il territorio.

Rimane un grande e affascinante se: e se il Texas fosse rimasto indipendente?

Hayek is my homeboy

Most planners who have seriously considered the practical aspects of their task have little doubt that a directed economy must be run on more or less dictatorial lines. That the complex system of interrelated activities, if it is so to be consciously directed at all, must be directed by a single staff of experts, and that ultimate responsibility and power must rest in the hands of a commander-in-chief, whose actions must not be fettered by democratic procedure, is too obvious a consequence of underlying ideas of central planning not to command fairly general assent. The consolation our planners offer us in that this authoritarian direction will apply “only” to economic matters. [...] Such assurance are usually accompanied by the suggestion that by giving up freedom in what are, or ought to be, the less important aspects of our lives, we shall obtain greater freedom in the pursuit of higher values. On this ground people who abhor the idea of a political dictatorship often clamour for a dictator in the economic field.

The argument used appeal to our best insticts and often attract the finest minds. If planning really did free us from the less important cares and so made it easier to render our existence one of plain living and high thinking, who would wish to belittle such an ideal? If our economic activities really concerned only the inferior or even more sordid sides of life, of course we ought to endeavour by all means to find a way to relieve ourselves from the excessive care for material ends, and, leaving them to be cared for by some piece of utilitarian machinery, set our minds free for higher things of life.

Unfortunately the assurance people derive from this belief that the power which is exercised over economic life is a power over matters of secondary importance only, and which makes them take lightly the threat to the  freedom of our economic pursuits, is altogether unwarranted. It is largely a consequence of the erroneous belief that there are purely economic ends separate from the other ends of life. Yet, apart from the pathological case of the miser, there is no such thing. The ultimate ends of the activities of reasonable beings are never economic. Strictly speaking there is no “economic motive” but only economic factors conditioning our striving for the other ends. What in ordinary language is misleadingly called the “economic motive” means merely the desire for general opportunity, the desire for power to achieve unspecified ends. If we strive for money it is because it offers us the widest choice in enjoying the fruits of our efforts. Because in modern society it is through the limitation of our money incomes that we are made to feel the restrictions which our relative poverty still impose upon us, many have come to hate money as the symbol of these restrictions. But this is to mistake for the cause the medium through which a force make itself felt. It would be much truer to say that money is one of the greatest instruments of freedom ever invented by man. [...] We shall better understand the significance of this service of money if we consider what it would really mean if, as so many socialists characteristically propose the “pecuniary motive” were largely of being offered in money, were offered in the form of public distinctions or privileges, positions of power over other men, or better housing or better food, opportunities for travel or education, this would merely mean that the recipient would no longer determined not only its size but also the particular form in which it should be enjoyed.

tratto da The Road to Serfdom di Friedrich von Hayek.

Nel frattempo devo conservare alti i miei ideali

Ecco che cos’è difficile in quest’epoca: gli ideali, i sogni e le belle aspettative non fanno neppure in tempo a nascere che già vengono colpiti e completamente devastati dalla realtà più crudele. È molto strano che io non abbia abbandonato tutti i miei sogni perché sembrano assurdi e irrealizzabili. Invece me li tengo stretti, nonostante tutto, perché credo tuttora all’intima bontà dell’uomo.

Mi è proprio impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria e della confusione. Vedo che il mondo lentamente si trasforma in un deserto, sento sempre più forte il rombo che si avvicina, che ucciderà anche noi, sono partecipe del dolore di milioni di persone, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto tornerà a volgersi al bene, che anche questa durezza spietata finirà, e che nel mondo torneranno tranquillità e pace. Nel frattempo devo conservare alti i miei ideali, che forse nei tempi a venire si potranno ancora realizzare!

Da Il diario di Anna Frank

Le idee

Tanto per tirarci un po’ su il morale, riporto un pezzo tratto da Politica economica. Riflessioni per oggi e per domani di Ludwig von Mises. È un libricino di un centinaio di pagine molto godevole nel quale sono trascritte le lezioni che Mises tenne nel 1959 a Buenos Aires. Certo, a leggerlo sembra che l’abbia scritto oggi e che a distanza di cinquantanni ci sia ancora un’eternità di strada da fare. A pensarci bene, forse non tira tanto su il morale… Più che altro, le parole dell’immortale Mises (un autore che, accidenti, più lo conosco più gli voglio bene) dovrebbero servire a spronarci.

Esistono enormi differenze tra le condizioni della nostra epoca e quelle della Roma imperiale; difatti le cause che portarono alla disintegrazione dell’Impero romano non erano state premeditate. Non sono state il risultato di riprovevoli dottrine formalizzate.

Al contrario, le teorie socialiste, interventiste e inflazioniste dei nostri tempi sono state costruite e formalizzate a tavolino da studiosi e professori, e vengono anche insegnate nelle università. Voi direte: Allora oggi la situazione è molto peggiore. Io vi rispondo: No, non è peggiore. Al contrario, ritengo sia migliore, perché le idee possono essere sconfitte da altre idee. Nell’era degli imperatori romani, nessuno metteva in discussione il diritto del governo di fissare i prezzi massimi delle merci né la validità di una politica simile. Nessuno mai mise in discussione tutto ciò.

Ma ora che vi sono scuole, professori e testi che consigliano di perseguire tale politica, sappiamo bene che rappresenta un problema tutto da discutere. Le cattive teorie che circolano oggi e che hanno reso le nostre politiche così nocive sono state sviluppate da studiosi accademici.

[...] Le idee, e solo le idee, possono illuminare il buio. Esse devono essere presentate agli individui in modo che possano convincere. Dobbiamo far capire che queste idee sono quelle giuste e non quelle sbagliate. La rigogliosa epoca del diciannovesimo secolo, le grandi imprese del capitalismo, sono state il risultato delle idee degli economisti classici, di Adam Smith e di David Ricardo, di Bastiat e di altri.

Dobbiamo solo sostituire idee migliori a quelle cattive. Io spero e sono convinto che ciò verrà fatto dalle nuove generazioni. La nostra civiltà non è destinata alla rovina, come ci hanno detto Splengler e Toynbee. La nostra civiltà non sarà sopraffatta dallo spirito di Mosca. La nostra civiltà può e deve sopravvivere. E sopravviverà grazie a idee nuove, migliori di quelle che guidano oggi l’operato dei governi di buona parte del mondo, e queste nuove e migliori idee verranno sviluppate dalla prossima generazione.