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Nel frattempo devo conservare alti i miei ideali
Ecco che cos’è difficile in quest’epoca: gli ideali, i sogni e le belle aspettative non fanno neppure in tempo a nascere che già vengono colpiti e completamente devastati dalla realtà più crudele. È molto strano che io non abbia abbandonato tutti i miei sogni perché sembrano assurdi e irrealizzabili. Invece me li tengo stretti, nonostante tutto, perché credo tuttora all’intima bontà dell’uomo.
Mi è proprio impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria e della confusione. Vedo che il mondo lentamente si trasforma in un deserto, sento sempre più forte il rombo che si avvicina, che ucciderà anche noi, sono partecipe del dolore di milioni di persone, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto tornerà a volgersi al bene, che anche questa durezza spietata finirà, e che nel mondo torneranno tranquillità e pace. Nel frattempo devo conservare alti i miei ideali, che forse nei tempi a venire si potranno ancora realizzare!
Da Il diario di Anna Frank
Le idee
Tanto per tirarci un po’ su il morale, riporto un pezzo tratto da Politica economica. Riflessioni per oggi e per domani di Ludwig von Mises. È un libricino di un centinaio di pagine molto godevole nel quale sono trascritte le lezioni che Mises tenne nel 1959 a Buenos Aires. Certo, a leggerlo sembra che l’abbia scritto oggi e che a distanza di cinquantanni ci sia ancora un’eternità di strada da fare. A pensarci bene, forse non tira tanto su il morale… Più che altro, le parole dell’immortale Mises (un autore che, accidenti, più lo conosco più gli voglio bene) dovrebbero servire a spronarci.
Esistono enormi differenze tra le condizioni della nostra epoca e quelle della Roma imperiale; difatti le cause che portarono alla disintegrazione dell’Impero romano non erano state premeditate. Non sono state il risultato di riprovevoli dottrine formalizzate.
Al contrario, le teorie socialiste, interventiste e inflazioniste dei nostri tempi sono state costruite e formalizzate a tavolino da studiosi e professori, e vengono anche insegnate nelle università. Voi direte: Allora oggi la situazione è molto peggiore. Io vi rispondo: No, non è peggiore. Al contrario, ritengo sia migliore, perché le idee possono essere sconfitte da altre idee. Nell’era degli imperatori romani, nessuno metteva in discussione il diritto del governo di fissare i prezzi massimi delle merci né la validità di una politica simile. Nessuno mai mise in discussione tutto ciò.
Ma ora che vi sono scuole, professori e testi che consigliano di perseguire tale politica, sappiamo bene che rappresenta un problema tutto da discutere. Le cattive teorie che circolano oggi e che hanno reso le nostre politiche così nocive sono state sviluppate da studiosi accademici.
[...] Le idee, e solo le idee, possono illuminare il buio. Esse devono essere presentate agli individui in modo che possano convincere. Dobbiamo far capire che queste idee sono quelle giuste e non quelle sbagliate. La rigogliosa epoca del diciannovesimo secolo, le grandi imprese del capitalismo, sono state il risultato delle idee degli economisti classici, di Adam Smith e di David Ricardo, di Bastiat e di altri.
Dobbiamo solo sostituire idee migliori a quelle cattive. Io spero e sono convinto che ciò verrà fatto dalle nuove generazioni. La nostra civiltà non è destinata alla rovina, come ci hanno detto Splengler e Toynbee. La nostra civiltà non sarà sopraffatta dallo spirito di Mosca. La nostra civiltà può e deve sopravvivere. E sopravviverà grazie a idee nuove, migliori di quelle che guidano oggi l’operato dei governi di buona parte del mondo, e queste nuove e migliori idee verranno sviluppate dalla prossima generazione.
Veneto è chi il Veneto fa
La prefazione:
Questo piccolo libricino vuole perorare la causa dell’indipendenza del Veneto dallo Stato italiano e lo vuole fare con il sorriso sulle labbra. L’autore (cioè io) promette solennemente che durante la lettura non correrete il pericolo di incorrere in insulti, violenze verbali o razzismi. Infatti l’autore (sempre io) non ama insultare (e in questo caso non capisce nemmeno cosa ci sia da insultare), non è una persona violenta (nemmeno verbalmente) e non è razzista (anche perché per lui il termine razza non significa nulla).
L’autore (a son senpre mi) gradirebbe molto che questo piccolo libricino fosse letto soprattutto da quelle persone che mai si sognerebbero di appoggiare la causa dell’indipendenza del Veneto dall’Italia, siano essi residenti in Veneto o meno, dato che è intimamente convinto della ragionevolezza delle sue idee e che molte persone che reputano l’Indipendenza Veneta una follia, alla fine della fiera, abbiano qualche pregiudizio involontario da eliminare.
L’autore (indovina chi è) ci tiene a precisare che questo non è un libricino di partito. Ossia, l’autore (ormai l’abbiamo perso) è sì socio del Partito Nasional Veneto e lo ritiene il partito migliore della Via Lattea, ma alcune considerazioni che qui verranno esposte possono non coincidere con la linea di partito o della maggioranza dei suoi membri. Inoltre, l’autore (to sorela) ricorda che questo piccolo libricino nasce dal blog Venetia Libertarian e svilupperà anche alcuni post lì scritti originariamente.
In definitiva, questo libricino, più che esporre nuove tesi, cercherà di fare una leggera summa e una sintesi introduttiva di tutte le buone, anzi, buonissime ragioni a favore dell’indipendenza del Veneto e della ragionevolezza e normalità di questa proposta. Spero che il risultato non vi faccia venir voglia di non leggere più un libro.
Scaricate Veneto è chi il Veneto fa. Indipendenti e Contenti.
For Good and Evil
Diciamo la verità, dai. Ogni tanto i libertarian sembrano degli esaltati e dei monomaniaci. Sempre a pensare alle tasse, ai soldi che vengono loro estorti con la coercizione. Sempre a sbraitare contro lo Stato che li deruba del frutto del loro lavoro, eccetera eccetera, la solita solfa. Ogni tanto vien proprio voglia di mandarli a cagare e dir loro: get a life! I soldi non sono tutto nella vita, viene detto, e giustamente lo Stato ha bisogno di sostentamento per andare avanti. Certo, si può discutere sul livello delle tasse, però, insomma, che la finiscano di rompere.
Sì, è vero, i soldi non sono tutto, è verissimo. A un certo punto della vita ti accorgi immancabilmente che le priorità sono ben altre, che le cose importanti non c’entrano con il denaro e che i soldi sono solo una piacevole appendice. Il nocciolo della questione però è un altro: la tassazione è un sintomo, una spia d’allarme di quello che è la nostra società. I libertarian non si incazzano contro le tasse perché sono solo attaccati al frutto del loro lavoro ma per il fatto che le tasse sono il mezzo attraverso il quale lo Stato compie (o dice di compiere) il suo fine. Provo veramente molto stupore quando sento dire che lo Stato al giorno d’oggi è sopravvalutato. In realtà, più passa il tempo e più lo Stato diventa ingombrante e invadente. Un secolo fa c’era molto meno Stato di cinquanta anni fa e cinquanta anni fa c’era molto meno Stato di adesso. Lo Stato è ovunque e decide ovunque al nostro posto. È l’ente che discrimina più di tutti e ha in sé sempre più potere. Il Governo non ha niente di meraviglioso e giusto: è fatto da uomini che non hanno in mente la bellezza dell’umanità ma il loro potere e la loro conservazione. Le persone comuni come me e come chi sta leggendo non dovrebbero fare affidamento (un affidamento che a volte sembra religioso) sullo Stato e sul Governo per il semplice fatto che alla fine resteranno sempre con un pugno di mosche in mano e meno libertà personale tutt’intorno. Lo Stato ha tutto questo potere principalmente grazie a una cosa: le tasse.
Spinto dalla recensione di Z3ruel, ho letto For Good and Evil. L’influsso della tassazione sulla storia dell’umanità di Charles Adams (su IBS e, meglio ancora, su Liberilibri). Questo libro è semplicemente meraviglioso, uno dei più bei libri che io abbia mai letto. Poche volte imploro i lettori di leggere un libro o ascoltare un cd che recensisco. Questa è una di quelle poche volte. Il libro è prima di tutto un libro di storia che affronta il tema dell’ascesa e della caduta di alcune grandi civiltà viste attraverso l’ottica della tassazione. Si scopre così per esempio che l’impero spagnolo finì per la follia delle sue tasse o che la Gran Bretagna divenne una potenza grazie alla sua moderazione fiscale o che il pensiero illuminista è intriso di idee quali il governo minimo e la tassazione spontanea o che il famoso Boston Tea Party non fu ’sto granché. Nonostante le sue quasi seicento pagine, non è per nulla un libro pesante dato che l’autore, avvocato tributarista e storico, adotta un taglio agile e leggero. Non è un libro difficile che si dilunga in aspetti tecnici ma racconta in maniera accessibile la storia, estremamente affascinante, della tassazione lungo tutto il cammino della civiltà. Leggendo questo libro ho scoperto aspetti veramente interessanti. L’autore non è un estremista, scrive più volte che varie tasse hanno offerto un servizio benefico alla società. Il discorso centrale del libro è invece il fatto che storicamente grandi e potenti Stati o, addirittura, civiltà si sono spente per la smania tassatrice degli uomini al governo. Smania tassatrice che ha comportato sempre le stesse cose: ribellione e inevitabile fuga di persone e di capitali in luoghi più accoglienti. Non è forse quello che succede oggi? Quello che realmente mi sorprende è come molta gente accetti ancora così supinamente questo stato di cose e, anzi, sia contenta quando le tasse vengono alzate. È un fatto ai miei occhi inspiegabile.
Leggete questo libro perché è favoloso e può concretamente riuscire ad aprirvi gli occhi su quello che comporta la voglia irrefrenabile di tassare dei nostri governanti. Riporto un brano tratto dalla parte finale del libro:
Nel sistema della tassazione sul reddito c’è uno scontro palese tra cittadino e Stato che non esiste nelle imposte indirette. L’imposta sul reddito è accompagnata da un’indagine inquisitoria nelle faccende del contribuente: la sua vita personale, come conduce la propria attività e come spende il proprio denaro. Questo è il potere che viene collegato ai despoti, e ogni contribuente sa che il sistema fiscale è una sacca di totalitarismo in una società altrimenti libera. Ciò lo esaspera e lo rende ribelle. Quando le aliqute diventano progressive al punto da realizzare una confisca, sa che lo stanno derubando, e chiunque affermi che si possa acconsentire a un simile furto dice un’assurdità.
La tipica argomentazione in base alla quale il contribuente in cambio dell’imposta pagata starebbe comperando la civiltà perse sempre più valore quando si esaminano i cosiddetti vantaggi della civiltà. Ciò è particolarmente vero quando egli si rende conto che il denaro delle sue tasse viene speso per scopi che non approva, o quando, in realtà, molto del suo denaro viene sperperato. Il commento di Adam Smith, secondo cui in presenza di “un sospetto generale che molte spese non siano necessarie, e che si faccia un uso sbagliato delle entrate pubbliche” si evaderanno le imposte e si presterà poco rispetto alle leggi fiscali, è vero oggi esattamente come lo era duecento anni fa, e come lo sarà tra duecento.
[...] Come regola generale, un’evasione diffusa è un segnale certo del fatto che il sistema fiscale è sbagliato. Se le aliquote sono ragionevoli, la gente pagherà le imposte, anche quelle sul reddito. Uno studio recente rivela che la maggioranza degli americani era molto contenta della prima imposta sul reddito. Essa significava, pensavano, una riduzione dei dazi e quindi imposte più basse per le merci. “Settantacinque anni fa”, affermava l’autore, “gli americani pagarono la prima imposta sul reddito. E ne erano contenti”. Io credo che agli americani l’imposta piacerebbe ancora se il governo l’avesse mantenuta semplice, giusta e moderata.
La convinzione che alcune persone siano più inclini di altre all’evasione viene messa in dubbio da Jude Wanniski: “I latinoamericani, gli italiani o gli asiatici non hanno una propensione maggiore a evadere le imposte rispetto ai cittadini di New York o ai tedeschi”. Un sondaggio tedesco ha rivelato come la moralità fiscale sia piuttosto bassa. Uno studio francese ha indicato che la maggior parte degli uomini d’affari e dei professionisti ritiene giustificata l’evasione fiscale.
Di regola, i legali e i contabili fiscali considerano negativamente l’evasione perché l’evasore non si avvale dei loro servigi. Dopo tutto, essi guadagnano attraverso l’elusione fiscale, che è una cosa complicata e che richiede molto tempo. Quando i clienti del professionista passano dall’elusione all’evasione, questi perde il lavoro, e se fossero in troppi a evadere egli dovrebbe cercarsi una nuova occupazione. L’evasore fiscale non minaccia solo gli introiti dello Stato, ma minaccia ancor più il professionista fiscale.
[...] Un’assurdità comunemente sostenuta dal fisco è che l’evasore obbliga il contribuente onesto a pagare di più. Ma non è così. Gli oneri fiscali che vengono evasi o elusi non vengono assunti da altre persone. Se il mio vicino lavora “in nero” e non paga le imposte, le mie aliquote fiscali non aumentano. Questo poteva valere nell’antico Egitto, dove ogni abitante era responsabile per il pagamento delle imposte dell’intero villaggio, ma oggi una regola simile non esiste. Oggi, meno imposte vengono pagate, meno lo Stato può spendere, e molta gente ritiene che lo Stato abbia comunque troppo denaro da spendere. Più di vent’anni fa un inglese di nome Parkinson formulò un paio di aforismi sulle tasse e sulla burocrazia: “Le spese aumentano fino a raggiungere le entrate”, cosa che significa che un governo spenderà tutto quello che riceverà; e “Il lavoro si espande fino a occupare tutto il tempo disponibile”. In altre parole, gli Stati (e i loro impiegati) sprecheranno, se verrà loro data l’opportunità di farlo, sia tempo che denaro. Viceversa, se i loro portafogli saranno piccoli, i governi faranno economia, quindi l’evasione potrebbe, alla lunga, avere un effetto benefico sulla spesa pubblica.
Tratto da For Good and Evil. L’influsso della tassazione sulla storia dell’umanità di Charles Adams.
Elogio dell’evasore fiscale
Bisogna ringraziare Leonardo Facco perché con Elogio dell’evasore fiscale è riuscito a fare una summa del perché, checché ne dica Tommaso Padoa Schioppa, le tasse siano bruttissime e, come ogni cosa imposta, siano un’aggressione.
È un libro che consiglio in primis a quelli che pensano che gli evasori siano dei mostri, che le tasse siano necessarie, che “pagare tutti per pagare meno“. In realtà le tasse sono necessarie soprattutto per mantenere in piedi la statocrazia e il sistema di potere dei politici e se tutti pagasssero, lo Stato avrebbe solo più soldi da sprecare e basta; e di sicuro non si metterebbe a dieta volontariamente. Io non penso che allo stato attuale delle cose, si possa fare a meno dello Stato (gioco di parole, ah ah), c’è una stratificazione secolare che secondo me non si può eliminare in quattro e quattr’otto; ma questi sono pensieri che meriterebbero molti post a parte. Il fatto che io sia minarchico, non implica l’accettazione che uno Stato cadaverico mi rubi, tra le varie tasse, molto più della metà del frutto del mio lavoro. Semplicemente, è una rapina alla quale ogni persona con un minimo di giudizio e di buon senso dovrebbe ribellarsi. Non c’è niente di democratico o di giusto o di necessario in un sistema che ti toglie, oltre ai soldi, anche la voglia di creare qualcosa.
Quello di Facco è un bel libro anche perché, con tutti i suoi rimandi, può essere un punto di partenza per iniziare ad approfondire il pensiero libertario. Insomma, un bel libro che non è né pesante né noioso. Qualcosa di diverso da leggere sotto l’ombrellone!
Dalla seconda di copertina:
“Le tasse sono un furto e non pagarle è legittima difesa”. Non si tratta di uno slogan da qualunquisti o dell’affermazione di qualche evasore. Le imposte, come spiega l’etimologia stessa della parola, sono un atto di coercizione bella e buona, un esproprio ai danni di chi onestamente lavora e produce, una rapina legalizzata. Lo Stato adopera come scusa i beni e i servizi che fornisce, anche se nella realtà essi sono pessimi e costosissimi. Servendosi delle parole dei grandi pensatori e di fatti concreti, Leonardo Pacco confuta le tesi dei gabellatori, cominciando la sua opera di smascheramento proprio dal re dei tassatori, quel Tommaso Padoa Schioppa che, nel 2007, durante un programma televisivo ebbe l’ardire di sostenere che “le tasse sono bellissime”. “Elogio dell’evasore fiscale” non è una mera provocazione culturale né un’operazione populistica, bensì l’espressione di una coscienza di classe che va maturando in Italia. Che non si limita alla semplice reazione “antipolitica” alla corruzione e alle inefficienze della classe governante, ma va in profondità, arrivando a interrogarsi sull’intera organizzazione dello Stato e degli enti pubblici con dati, numeri, rapporti istituzionali, dalle clamorose truffe nascoste nelle accise al prelievo occulto da parte dello Stato nelle nostre tasche, passando per tutta una serie di trucchi, tra i quali la clamorosa “tassa sulla tassa”.
Update: martedì 14 luglio Leonardo Facco parteciperà a Nove in punto, la versione di Oscar, ossia il programma radiofonico in onda dalle 9.00 alle 10.00 su Radio 24 condotto da Oscar Giannino, per parlare di tasse.
Libri liberi: viva Liberilibri!
Se in una intervista (a proposito: che scandalo che nessuno, tranne Wired, mi abbia mai intervistato!) mi dovessero chiedere quale casa editrice è la mia preferita, io non avrei dubbi nel rispondere Liberilibri.
Liberilibri è una piccola casa editrice di Macerata, è nata nel 1986 per iniziativa di Aldo Canovari e Carlo Cingolani ed è, semplicemente, un patrimonio inestimabile per gli amanti della Libertà. Questa casa editrice è una fonte unica per chi vuole conoscere o approfondire la sua conoscenza sul pensiero liberale e libertario. Grandi classici o frizzanti novità altrimenti ignorati dal mercato in lingua italiana, qui trovano posto. Volete Per una nuova libertà? C’è. Volete Difendere l’indifendibile? C’è. Volete La libertà e la legge? C’è. Volete Le serate di rue Saint-Lazare? C’è. Volete L’ingranaggio della libertà? C’è. Volete La terza America? C’è. E via discorrendo, da Liberilibri c’è una biblioteca libertaria di grandissimo spessore che aspetta solo di essere letta. Libri, inoltre, con una bella veste grafica minimalista e carta di buona qualità.
L’unica nota negativa riguardo Liberilibri è che sul suo sito si possono comprare libri solo in contrassegno. Fossi in loro, darei anche la possibilità di pagare con carta di credito e, meglio ancora, Paypal. In questo modo eviterei di rompere le palle a FdC ché gli arrivano i miei pacchetti in ufficio
A Iwo Jima
Nel 1985, a distanza di quarant’anni dalla fine della guerra, la spiaggia meridionale di Iwo Jima ospitò la cerimonia di “Riunione del valore”.
Un avvenimento che riunì ex combattenti giapponesi e statunitensi, ex amici ed ex nemici nello stesso tempo. Questa “riunione” aveva un duplice intento: commemorare i caduti di entrambe le parti; giurarsi pace a vicenda. In nessun altro luogo i partecipanti di una battaglia così crudele e così sanguinosa, hanno celebrato una cerimonia di riunione sul luogo stesso in cui si combatterono. Questa cerimonia si svolse, invece, a Iwo Jima. Compresi i famigliari, erano presenti quasi quattrocento persone, tra giapponesi e statunitensi.
Una scena di un documentario girato in quel giorno colpisce particolarmente. Gli ex combattenti e relativi famigliari sono dapprima divisi in due gruppi, gli statunitensi da una parte, i giapponesi dall’altra; alla fine della cerimonia, però, senza che, in apparenza, una delle due parti abbia preso l’iniziativa, i presenti iniziano a mescolarsi tra loro.
Si stringono la mano, dapprima timidamente, poi in maniera più calorosa. Con le lacrime agli occhi s’abbracciano e iniziano conversazioni fatte di gesti e di espressioni dei volti. “Ho ancora il proiettile conficcato qui in una gamba”, dice uno. “Scommetterei che sono il tipo che l’ha sparato, quel proiettile”, risponde scherzando un altro. “Avevo delle terribili ustioni sul volto e voi, americani, mi avete salvato. Il mio naso è ‘Made in the U.S.A.’”, dice un ex combattente giapponese con un largo soriso. Adesso, anche i famigliari dei caduti si sono stretti la mano.
Non tutti i partecipanti alla riunione fecero queste cose proprio con slancio. Il video ci presenta Ed Moranick, che partecipò alle operazioni di sbarco quale marine della IV Divisione. In una scena girata sull’aereo in volo verso Iwo Jima, dichiara: “Per me non è proprio un viaggio di piacere. Quando penso alle sofferenze patite da mia moglie [...] A Essere sincero, il pensiero di ritrovarmi con degli ex combattenti giapponesi mi deprime proprio”.
A Iwo Jima, Moranick era stato colpito dalle schegge di una granata e il suo volto ne fu totalmente deturpato. In una fotografia scattata subito dopo la guerra, è in pratica senza naso e la bocca e gli occhi sfigurati. Furono necessari ventidue interventi chirurgici prima che ritornasse a una vita normale.
Sul volo di ritorno da Iwo Jima l’espressione del volto di Moranick è cambiata. “Quarant’anni fa sono venuto su quest’isola per uccidere i ‘musi gialli’; non li ho mai considerati un ‘popolo’”, afferma. “Adesso, però, mi spiace che ci siamo massacrati a vicenda in quel modo. Veramente, mi dispiace”.
Nel 1984 si svolse una cerimonia commemorativa del quarantesimo anniversario degli sbarchi in Normandia, ma soltanto le nazioni vincitrici – Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, ecc. – vi presero parte, e, comunque, l’intento della cerimonia era commemorare la vittoria. Al confronto, la scena che si svolse a Iwo Jima fu del tutto inusitata.
Una cerimonia commemorativa con la comune partecipazione di giapponesi e statunitensi si tiene tutti gli anni. Ci si può chiedere perché, solamente a Iwo Jima, uomini in passato decisi a “massacrarsi a vicenda” si siano dati da fare per incontrarsi e riconciliarsi in questo modo. Forse perché combatterono una battaglia così spietata e totale, stando per giorni e giorni a pochi metri di distanza dal nemico, col trascorrere del tempo sono diventati capaci di perdonare e di accettarsi a vicenda? Ho il sospetto che, una cosa del genere, la possa comprendere veramente soltanto chi combattè a Iwo Jima.
Sulla spiaggia meridionale, dove nel 1985 fu celebrata la cerimonia, fu eretta una lapida. Reca la seguente iscrizione in lingua inglese e giapponese:
NEL QUARANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA BATTAGLIA DI IWO JIMA, EX COMBATTENTI AMERICANI E GIAPPONESI S’INCONTRARONO DI NUOVO SU QUESTA STESSA SABBIA, QUESTA VOLTA IN PACE E AMICIZIA. COMMEMORIAMO I NOSTRI COMMILITONI, VIVI E MORTI, CHE QUI COMBATTERONO CON CORAGGIO E VALORE, E PREGHIAMO ASSIEME AFFINCHÉ I NOSTRI SACRIFICI A IWO JIMA SIANO SEMPRE RICORDATI E MAI PIÚ SI RIPETANO.
19 FEBBRAIO 1985
ASSOCIAZIONE DELLA III, IV E V DIVISIONE:
USMC E ASSOCIAZIONE DI IWO JIMA
Tratto da Così triste cadere in battaglia di Kakehashi Kumiko
La politica del Governo durante la depressione
Sto leggendo un libro. Si chiama La Grande Depressione ed è di Murray N. Rothbard. È stato pubblicato nel 1963 e analizza la Grande Depressione degli anni ‘30. Tuttavia, osservando i tempi che purtroppo corrono, può essere una lettura molto interessante e attuale. Penso che il seguente non sarà l’unico stralcio del libro che trascriverò.
Quale politica dovrebbe adottare un Governo che desidera un rapido superamento della depressione e il ritorno dell’economia a un normale livello di prosperità? Il primo chiaro punto del suo programma economico dovrebbe essere: non interferire con il processo di aggiustamento del mercato. Quanto più le autorità pubbliche intervengono per ritardare tale processo, tanto più lunga e grave sarà la depressione, e tanto più difficile risulterà il cammino verso una completa ripresa. Dato che gli ostacoli posti dal Governo non fanno che aggravare e prolungare la depressione, non ci si deve meravigliare se le politiche governative intese a frenare una depressione abbiano sempre esasperato (e oggi esaspererebbero ancora di più) quegli stessi mali che si affermava, con tanta enfasi davanti all’opinione pubblica, di voler curare. Infatti, se elenchiamo logicamente i diversi modi in cui un Governo può ostacolare il processo di aggiustamento del mercato, incontriamo esattamente il tipico arsenale governativo, presentato come strumento curativo della depressione economica. Vediamo quindi i modi in cui il processo di aggiustamento può essere intralciato.
Prevenire o ritardare la liquidazione. Prestare moneta a imprese in crisi, fare appello alle banche perché aumentino l’offerta di credito, e via dicendo.
Aumentare ulteriormente l’inflazione. Una maggior inflazione arresta la necessaria caduta dei prezzi, ritardando quindi l’aggiustamento del mercato e prolungando la depressione. L’ulteriore espansione del credito crea altri investimenti erronei, che a loro volta dovranno essere liquidati in una successiva depressione. La politica governativa del “denaro facile” ostacola il ritorno del mercato a tassi di interesse necessariamente più alti.
Mantenere alti tassi salariali. Il mantenimento artificioso degli elevati tassi salariali durante la depressione produce una disoccupazione di massa permanente. Inoltre, durante una deflazione, quando i prezzi cadono, mantenere inalterato il tasso salariale nominale significa aumentare i tassi salariali reali. Con la domanda delle imprese in diminuzione, ciò aggrava notevolmente il problema della disoccupazione.
Mantenere elevati i prezzi. Mantenendo i prezzi al di sopra del loro livello naturale, si generano giacenze invendibili e si pregiudica il ritorno alla prosperità.
Stimolare il consumo e disincentivare il risparmio. Abbiamo visto che un maggiore risparmio e un minor consumo renderanno più rapida la ripresa; al contrario, un maggior consumo e un minor risparmio aggraveranno ancora di più la carenza di capitale. Il Governo può stimolare il consumo con “programmi di buoni alimentari” ed esenzioni di pagamento. Può disincentivare il risparmio e l’investimento aumentando le imposte, in particolare sui patrimoni, sulle imprese e sugli immobili. Per la verità, ogni aumento fiscale e della spesa pubblica scoraggia il risparmio e stimola il consumo, poiché la spesa pubblica è tutta consumo. Mentre alcuni fondi privati possono essere risparmiati, tutta la spesa pubblica è invece consumo. Ogni aumento della dimensione relativa del settore pubblico nell’economia altera perciò il rapporto sociale tra consumo e investimento in favore del primo, prolungando così la depressione.
Sussidio di disoccupazione. Ogni sussidio di disoccupazione (nella forma di “indennità” di disoccupazione, esenzioni, ecc.) prolunga indefinitamente la disoccupazione e ritarderà lo spostamento dei lavoratori verso quei settori in cui sono disponibili posti di lavoro.
Oltre a ritardare il processo di ripresa e ad aggravare la depressione, queste misure costituiscono gli strumenti di politica governativa che hanno riscosso più successo con il passare del tempo, tanto che sono stati adottati durante la depressione del 1929-1933 da un Governo ritenuto da molti storici favorevoli al laissez-faire.
Poiché la deflazione rende più rapida la ripresa, il Governo dovrebbe incoraggiare, piuttosto che impedire, la contrazione del credito. In un’economia in regime di gold standard, come quella del 1929, fermare il corso della depressione comporta conseguenze ulteriormente svantaggiose. La deflazione aumenta infatti le riserve del sistema bancario; e genera maggiore fiducia interna ed estera, per via del fatto che il sistema aureo sarà mantenuto. Timori relativi alle riserve in oro provocano delle vere e proprie corse agli sportelli bancari, cosa che il Governo desidera evitare. Anche nel caso di corsa agli sportelli, ci sono però vantaggi che non dovrebbero essere trascurati. Le banche non dovrebbero essere esentate dal rispettare i loro obblighi più di quanto non si consenta in ogni altra attività economica. Ogni interferenza nelle punizioni inflitte dalla corsa allo sportello trasformerà le banche in uno speciale gruppo privilegiato, non obbligato a rimborsare i propri debiti: condurrà a successive inflazioni, espansioni del credito e depressioni. E se, come riteniamo, le banche sono intrinsecamente in bancarotta e la “corsa agli sportelli” rende semplicemente palese tale bancarotta, sarebbe un bene per l’attività economica che il sistema bancario venisse riformato, una volta per sempre, con l’eliminazione della riserva frazionaria. Tale riforma convincerebbe il pubblico della pericolosità della banca che adotta tale riserva e, più delle teorizzazioni accademiche, assicurerebbe il futuro contro i mali di siffatto sistema.
[...] Vi è tuttavia una cosa che il potere pubblico può in concreto fare: ridurre drasticamente il proprio ruolo nell’economia, tagliando le spese e le imposte, in particolare quelle che ostacolano il risparmio e l’investimento. La diminuzione dell’imposizione fiscale e della spesa pubblica condurrà automaticamente a uno spostamento del rapporto sociale tra risparmi-investimenti e consumo in favore dei primi, riducendo quindi di gran lunga il tempo richiesto per tornare a un’economia prospera. La diminuzione delle imposte che gravano pesantemente sul risparmio e gli investimenti ridurrà ulteriormente il tasso sociale di preferenza temporale. inoltre, la depressione è un periodo faticoso per l’economia. Ogni riduzione delle imposte o di qualunque interferenza che ostacola il libero mercato stimolerà una sana attività economica; viceversa, ogni incremento delle imposte o di altri interventi deprimerà ulteriormente l’economia.
[...] Si potrebbe obiettare che la depressione inizia solo dopo che sia terminata l’espansione del credito. Perché allora il Governo non dovrebbe continuare l’espansione del credito indefinitamente? Anzitutto, più a lungo l’inflazionistico boom dura, tanto più doloroso e severo sarà il necessario processo di aggiustamento. In secondo luogo, l’espansione non può continuare indefinitamente, perché alla fine il pubblico apre gli occhi davanti alla politica governativa dell’inflazione permenente e fugge dalla moneta per dirigersi verso altri beni, realizzando i propri acquisti fintanto che il dollaro vale più di quanto varrà in futuro. Il risultato sarà un’”inflazione galoppante” o “iperinflazione”, un evento familiare nella storia, in particolare in quella del mondo moderno. Sotto ogni punto di vista, l’iperinflazione è di gran lunga peggiore della depressione; essa distrugge la valuta nazionale, il sangue vitale dell’economia; manda in rovina e frantuma la classe media e tutti i “gruppi a reddito fisso”; scatena una devastazione senza limiti. Conduce infine alla disoccupazione e a livelli di vita più bassi, poiché non ha senso lavorare quando i guadagni si deprezzano di ora in ora. Più tempo è necessario per scovare i beni da comprare. Per evitare talè calamità, l’espansione del credito deve allora terminare. E ciò scatena una depressione.
Rhodesia e Zimbabwe
Avevo molto apprezzato Quando un coccodrillo mangia il sole di Peter Godwin. Così mi sono procurato Mukiwa, dello stesso autore.
In pratica, Mukiwa è la prima parte e Quando un coccodrillo mangia il sole la seconda della vita africana di Godwin. Come capita sempre, io leggo prima la seconda parte e successivamente la prima. Il libro quindi racconta la storia di un ragazzo bianco in Africa, da quando è un bambino piccolo a quando diventa un uomo fatto e maturo.
Godwin nasce nella Rhodesia a dominazione bianca. Non si può dire che cresca nella bambagia dato che spesso aiuta la madre medico e prende familiarità con la morte e le malattie da subito. La vita in Africa non è così dolce nemmeno per un appartenente alla classe dominante, le asprezze e la natura a volte ostile si fanno sentire per tutti; l’autore, inoltre, per motivi di sicurezza viene poi mandato molto giovane in un collegio lontano dalla sua famiglia. La Rhodesia e la sua gente vista dagli occhi di un ragazzino traspare molto bene e con lo scorrere delle pagine ci si rende conto dell’ineluttabilità della sua fine. Ad un certo punto, anche per Godwin, arriva il momento della guerra, non sentita dall’autore e impossibile da vincere, ma che comunque lo vede in prima fila. Con l’avvento della guerra, l’atmosfera del libro cambia; ora il clima è cupo e vengono descritte situazioni pesanti: il ragazzo, neanche ventenne, diventa uomo.
Il risultato inevitabile del conflitto è la scomparsa della Rhodesia bianca e la nascita dello Zimbabwe multirazziale, o almeno, così sarebbe dovuto andare. Insieme a Godwin partecipiamo all’esaltazione effimera e dalla breve durata di uno stato finalmente libero dalla segregazione e dal boicottaggio internazionale. Uno stato che vede arrivare persino Bob Marley per festeggiarne la nascita. Tutto però dura pochissimo e il volto del regime si mostra subito. Ancora insieme a Godwin, partecipiamo allo sconforto nel vedere gli stermini da parte dell’esercito nei confronti delle tribù minoritarie e nel vedere le stesse leggi speciali per la sicurezza nazionale varate dal governo della Rhodesia usate dal governo dello Zimbabwe.
Una storia di morte e sofferenza non a lieto fine che purtroppo continua ancora oggi.
Snow Crash
Di romanzi io ne leggo veramente pochi e quei pochi che leggo di solito sono di autori giapponesi, morti*. Però da quando Jinzo ha cambiato blog, la curiosità di leggere Snow Crash doveva essere soddisfatta prima o poi. Detto, fatto.
Snow Crash di Neal Stephenson è un romanzone fantascientifico di cinquecento e passa pagine di genere cyberpunk. È stato pubblicato nel 1992 ed è ambientato in America verso la fine del ventesimo secolo (almeno così mi sembra di aver capito), e quindi adesso è diventato di fatto una ucronia dato che siamo nel XXI secolo e non ci troviamo nelle condizioni descritte in Snow Crash; almeno in parte. Il libro è stato scritto all’inizio degli anni ‘90 e si sente; infatti, per esempio, i giapponesi sono ancora tenuti in considerazione e la miniaturizzazione degli strumenti informatici è un concetto non ancora presente. Il libro anticipa un po’ tutto il mondo virtuale scaturito con internet (qui chiamato metaverso) e descrive una società statunitense nella quale il governo centrale è collassato e zone sempre più ampie di territorio sono extra-territoriali e in mano a dei franchise di quasi-nazioni, tipo Narcolombia, Neo Sudafrica, Super Hong Kong, Nuova Sicilia e Le Porte del Paradiso.
Snow Crash è un bel romanzo che si legge molto bene anche se la società che descrive è un po’ lo spauracchio di quelli che al solo sentire il termine “anarcocapitalismo” si mettono le mani tra i capelli, ossia: violenza, inquinamento, guerra, povertà. La trama è avvincente e i protagonisti sono tratteggiati bene. La storia ruota attorno a un misterioso virus infomatico, chiamato appunto Snow Crash, che ha il potere di mandare in pappa il cervello dei programmatori, e di più non posso dire sennò spoilero.
Per rendere questo libro più appetibile, comunque, lo scrittore secondo me avrebbe dovuto piazzare un po’ di scene di sesso ogni tanto, non avrebbero guastato all’economia generale del libro; ma forse sono io che sono il solito porcone.


Nel 1985, a distanza di quarant’anni dalla fine della guerra, la spiaggia meridionale di Iwo Jima ospitò la cerimonia di “Riunione del valore”.






