Category: liber liber

Libri liberi: viva Liberilibri!

liberilibriSe in una intervista (a proposito: che scandalo che nessuno, tranne Wired, mi abbia mai intervistato!) mi dovessero chiedere quale casa editrice è la mia preferita, io non avrei dubbi nel rispondere Liberilibri.

Liberilibri è una piccola casa editrice di Macerata, è nata nel 1986 per iniziativa di Aldo Canovari e Carlo Cingolani ed è, semplicemente, un patrimonio inestimabile per gli amanti della Libertà. Questa casa editrice è una fonte unica per chi vuole conoscere o approfondire la sua conoscenza sul pensiero liberale e libertario. Grandi classici o frizzanti novità altrimenti ignorati dal mercato in lingua italiana, qui trovano posto. Volete Per una nuova libertà? C’è. Volete Difendere l’indifendibile? C’è. Volete La libertà e la legge? C’è. Volete Le serate di rue Saint-Lazare? C’è. Volete L’ingranaggio della libertà? C’è. Volete La terza America? C’è. E via discorrendo, da Liberilibri c’è una biblioteca libertaria di grandissimo spessore che aspetta solo di essere letta. Libri, inoltre, con una bella veste grafica minimalista e carta di buona qualità.

L’unica nota negativa riguardo Liberilibri è che sul suo sito si possono comprare libri solo in contrassegno. Fossi in loro, darei anche la possibilità di pagare con carta di credito e, meglio ancora, Paypal. In questo modo eviterei di rompere le palle a FdC ché gli arrivano i miei pacchetti in ufficio :)

A Iwo Jima

Nel 1985, a distanza di quarant’anni dalla fine della guerra, la spiaggia meridionale di Iwo Jima ospitò la cerimonia di “Riunione del valore”.

Un avvenimento che riunì ex combattenti giapponesi e statunitensi, ex amici ed ex nemici nello stesso tempo. Questa “riunione” aveva un duplice intento: commemorare i caduti di entrambe le parti; giurarsi pace a vicenda. In nessun altro luogo i partecipanti di una battaglia così crudele e così sanguinosa, hanno celebrato una cerimonia di riunione sul luogo stesso in cui si combatterono. Questa cerimonia si svolse, invece, a Iwo Jima. Compresi i famigliari, erano presenti quasi quattrocento persone, tra giapponesi e statunitensi.

Una scena di un documentario girato in quel giorno colpisce particolarmente. Gli ex combattenti e relativi famigliari sono dapprima divisi in due gruppi, gli statunitensi da una parte, i giapponesi dall’altra; alla fine della cerimonia, però, senza che, in apparenza, una delle due parti abbia preso l’iniziativa, i presenti iniziano a mescolarsi tra loro.

Si stringono la mano, dapprima timidamente, poi in maniera più calorosa. Con le lacrime agli occhi s’abbracciano e iniziano conversazioni fatte di gesti e di espressioni dei volti. “Ho ancora il proiettile conficcato qui in una gamba”, dice uno. “Scommetterei che sono il tipo che l’ha sparato, quel proiettile”, risponde scherzando un altro. “Avevo delle terribili ustioni sul volto e voi, americani, mi avete salvato. Il mio naso è ‘Made in the U.S.A.’”, dice un ex combattente giapponese con un largo soriso. Adesso, anche i famigliari dei caduti si sono stretti la mano.

Non tutti i partecipanti alla riunione fecero queste cose proprio con slancio. Il video ci presenta Ed Moranick, che partecipò alle operazioni di sbarco quale marine della IV Divisione. In una scena girata sull’aereo in volo verso Iwo Jima, dichiara: “Per me non è proprio un viaggio di piacere. Quando penso alle sofferenze patite da mia moglie [...] A Essere sincero, il pensiero di ritrovarmi con degli ex combattenti giapponesi mi deprime proprio”.

A Iwo Jima, Moranick era stato colpito dalle schegge di una granata e il suo volto ne fu totalmente deturpato. In una fotografia scattata subito dopo la guerra, è in pratica senza naso e la bocca e gli occhi sfigurati. Furono necessari ventidue interventi chirurgici prima che ritornasse a una vita normale.

Sul volo di ritorno da Iwo Jima l’espressione del volto di Moranick è cambiata. “Quarant’anni fa sono venuto su quest’isola per uccidere i ‘musi gialli’; non li ho mai considerati un ‘popolo’”, afferma. “Adesso, però, mi spiace che ci siamo massacrati a vicenda in quel modo. Veramente, mi dispiace”.

Nel 1984 si svolse una cerimonia commemorativa del quarantesimo anniversario degli sbarchi in Normandia, ma soltanto le nazioni vincitrici – Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, ecc. – vi presero parte, e, comunque, l’intento della cerimonia era commemorare la vittoria. Al confronto, la scena che si svolse a Iwo Jima fu del tutto inusitata.

Una cerimonia commemorativa con la comune partecipazione di giapponesi e statunitensi si tiene tutti gli anni. Ci si può chiedere perché, solamente a Iwo Jima, uomini in passato decisi a “massacrarsi a vicenda” si siano dati da fare per incontrarsi e riconciliarsi in questo modo. Forse perché combatterono una battaglia così spietata e totale, stando per giorni e giorni a pochi metri di distanza dal nemico, col trascorrere del tempo sono diventati capaci di perdonare e di accettarsi a vicenda? Ho il sospetto che, una cosa del genere, la possa comprendere veramente soltanto chi combattè a Iwo Jima.

Sulla spiaggia meridionale, dove nel 1985 fu celebrata la cerimonia, fu eretta una lapida. Reca la seguente iscrizione in lingua inglese e giapponese:

NEL QUARANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA BATTAGLIA DI IWO JIMA, EX COMBATTENTI AMERICANI E GIAPPONESI S’INCONTRARONO DI NUOVO SU QUESTA STESSA SABBIA, QUESTA VOLTA IN PACE E AMICIZIA. COMMEMORIAMO I NOSTRI COMMILITONI, VIVI E MORTI, CHE QUI COMBATTERONO CON CORAGGIO E VALORE, E PREGHIAMO ASSIEME AFFINCHÉ I NOSTRI SACRIFICI A IWO JIMA SIANO SEMPRE RICORDATI E MAI PIÚ SI RIPETANO.

19 FEBBRAIO 1985

ASSOCIAZIONE DELLA III, IV E V DIVISIONE:
USMC E ASSOCIAZIONE DI IWO JIMA

Tratto da Così triste cadere in battaglia di Kakehashi Kumiko

La politica del Governo durante la depressione

Sto leggendo un libro. Si chiama La Grande Depressione ed è di Murray N. Rothbard. È stato pubblicato nel 1963 e analizza la Grande Depressione degli anni ’30. Tuttavia, osservando i tempi che purtroppo corrono, può essere una lettura molto interessante e attuale. Penso che il seguente non sarà l’unico stralcio del libro che trascriverò.

la grande depressione - murray n. rothbardQuale politica dovrebbe adottare un Governo che desidera un rapido superamento della depressione e il ritorno dell’economia a un normale livello di prosperità? Il primo chiaro punto del suo programma economico dovrebbe essere: non interferire con il processo di aggiustamento del mercato. Quanto più le autorità pubbliche intervengono per ritardare tale processo, tanto più lunga e grave sarà la depressione, e tanto più difficile risulterà il cammino verso una completa ripresa. Dato che gli ostacoli posti dal Governo non fanno che aggravare e prolungare la depressione, non ci si deve meravigliare se le politiche governative intese a frenare una depressione abbiano sempre esasperato (e oggi esaspererebbero ancora di più) quegli stessi mali che si affermava, con tanta enfasi davanti all’opinione pubblica, di voler curare. Infatti, se elenchiamo logicamente i diversi modi in cui un Governo può ostacolare il processo di aggiustamento del mercato, incontriamo esattamente il tipico arsenale governativo, presentato come strumento curativo della depressione economica. Vediamo quindi i modi in cui il processo di aggiustamento può essere intralciato.

Prevenire o ritardare la liquidazione. Prestare moneta a imprese in crisi, fare appello alle banche perché aumentino l’offerta di credito, e via dicendo.

Aumentare ulteriormente l’inflazione. Una maggior inflazione arresta la necessaria caduta dei prezzi, ritardando quindi l’aggiustamento del mercato e prolungando la depressione. L’ulteriore espansione del credito crea altri investimenti erronei, che a loro volta dovranno essere liquidati in una successiva depressione. La politica governativa del “denaro facile” ostacola il ritorno del mercato a tassi di interesse necessariamente più alti.

Mantenere alti tassi salariali. Il mantenimento artificioso degli elevati tassi salariali durante la depressione produce una disoccupazione di massa permanente. Inoltre, durante una deflazione, quando i prezzi cadono, mantenere inalterato il tasso salariale nominale significa aumentare i tassi salariali reali. Con la domanda delle imprese in diminuzione, ciò aggrava notevolmente il problema della disoccupazione.

Mantenere elevati i prezzi. Mantenendo i prezzi al di sopra del loro livello naturale, si generano giacenze invendibili e si pregiudica il ritorno alla prosperità.

Stimolare il consumo e disincentivare il risparmio. Abbiamo visto che un maggiore risparmio e un minor consumo renderanno più rapida la ripresa; al contrario, un maggior consumo e un minor risparmio aggraveranno ancora di più la carenza di capitale. Il Governo può stimolare il consumo con “programmi di buoni alimentari” ed esenzioni di pagamento. Può disincentivare il risparmio e l’investimento aumentando le imposte, in particolare sui patrimoni, sulle imprese e sugli immobili. Per la verità, ogni aumento fiscale e della spesa pubblica scoraggia il risparmio e stimola il consumo, poiché la spesa pubblica è tutta consumo. Mentre alcuni fondi privati possono essere risparmiati, tutta la spesa pubblica è invece consumo. Ogni aumento della dimensione relativa del settore pubblico nell’economia altera perciò il rapporto sociale tra consumo e investimento in favore del primo, prolungando così la depressione.

Sussidio di disoccupazione. Ogni sussidio di disoccupazione (nella forma di “indennità” di disoccupazione, esenzioni, ecc.) prolunga indefinitamente la disoccupazione e ritarderà lo spostamento dei lavoratori verso quei settori in cui sono disponibili posti di lavoro.

Oltre a ritardare il processo di ripresa e ad aggravare la depressione, queste misure costituiscono gli strumenti di politica governativa che hanno riscosso più successo con il passare del tempo, tanto che sono stati adottati durante la depressione del 1929-1933 da un Governo ritenuto da molti storici favorevoli al laissez-faire.

Poiché la deflazione rende più rapida la ripresa, il Governo dovrebbe incoraggiare, piuttosto che impedire, la contrazione del credito. In un’economia in regime di gold standard, come quella del 1929, fermare il corso della depressione comporta conseguenze ulteriormente svantaggiose. La deflazione aumenta infatti le riserve del sistema bancario; e genera maggiore fiducia interna  ed estera, per via del fatto che il sistema aureo sarà mantenuto. Timori relativi alle riserve in oro provocano delle vere e proprie corse agli sportelli bancari, cosa che il Governo desidera evitare. Anche nel caso di corsa agli sportelli, ci sono però vantaggi che non dovrebbero essere trascurati. Le banche non dovrebbero essere esentate dal rispettare i loro obblighi più di quanto non si consenta in ogni altra attività economica. Ogni interferenza nelle punizioni inflitte dalla corsa allo sportello trasformerà le banche in uno speciale gruppo privilegiato, non obbligato a rimborsare i propri debiti: condurrà a successive inflazioni, espansioni del credito e depressioni. E se, come riteniamo, le banche sono intrinsecamente in bancarotta e la “corsa agli sportelli” rende semplicemente palese tale bancarotta, sarebbe un bene per l’attività economica che il sistema bancario venisse riformato, una volta per sempre, con l’eliminazione della riserva frazionaria. Tale riforma convincerebbe il pubblico della pericolosità della banca che adotta tale riserva e, più delle teorizzazioni accademiche, assicurerebbe il futuro contro i mali di siffatto sistema.

[...] Vi è tuttavia una cosa che il potere pubblico può in concreto fare: ridurre drasticamente il proprio ruolo nell’economia, tagliando le spese e le imposte, in particolare quelle che ostacolano il risparmio e l’investimento. La diminuzione dell’imposizione fiscale e della spesa pubblica condurrà automaticamente a uno spostamento del rapporto sociale tra risparmi-investimenti e consumo in favore dei primi, riducendo quindi di gran lunga il tempo richiesto per tornare a un’economia prospera. La diminuzione delle imposte che gravano pesantemente sul risparmio e gli investimenti ridurrà ulteriormente il tasso sociale di preferenza temporale. inoltre, la depressione è un periodo faticoso per l’economia. Ogni riduzione delle imposte o di qualunque interferenza che ostacola il libero mercato stimolerà una sana attività economica; viceversa, ogni incremento delle imposte o di altri interventi deprimerà ulteriormente l’economia.

[...] Si potrebbe obiettare che la depressione inizia solo dopo che sia terminata l’espansione del credito. Perché allora il Governo non dovrebbe continuare l’espansione del credito indefinitamente? Anzitutto, più a lungo l’inflazionistico boom dura, tanto più doloroso e severo sarà il necessario processo di aggiustamento. In secondo luogo, l’espansione non può continuare indefinitamente, perché alla fine il pubblico apre gli occhi davanti alla politica governativa dell’inflazione permenente e fugge dalla moneta per dirigersi verso altri beni, realizzando i propri acquisti fintanto che il dollaro vale più di quanto varrà in futuro. Il risultato sarà un’”inflazione galoppante” o “iperinflazione”, un evento familiare nella storia, in particolare in quella del mondo moderno. Sotto ogni punto di vista, l’iperinflazione è di gran lunga peggiore della depressione; essa distrugge la valuta nazionale, il sangue vitale dell’economia; manda in rovina e frantuma la classe media e tutti i “gruppi a reddito fisso”; scatena una devastazione senza limiti. Conduce infine alla disoccupazione e a livelli di vita più bassi, poiché non ha senso lavorare quando i guadagni si deprezzano di ora in ora. Più tempo è necessario per scovare i beni da comprare. Per evitare talè calamità, l’espansione del credito deve allora terminare. E ciò scatena una depressione.

Rhodesia e Zimbabwe

mukiwa. a white boy in africaAvevo molto apprezzato Quando un coccodrillo mangia il sole di Peter Godwin. Così mi sono procurato Mukiwa, dello stesso autore.

In pratica, Mukiwa è la prima parte e Quando un coccodrillo mangia il sole la seconda della vita africana di Godwin. Come capita sempre, io leggo prima la seconda parte e successivamente la prima. Il libro quindi racconta la storia di un ragazzo bianco in Africa, da quando è un bambino piccolo a quando diventa un uomo fatto e maturo.

Godwin nasce nella Rhodesia a dominazione bianca. Non si può dire che cresca nella bambagia dato che spesso aiuta la madre medico e prende familiarità con la morte e le malattie da subito. La vita in Africa non è così dolce nemmeno per un appartenente alla classe dominante, le asprezze e la natura a volte ostile si fanno sentire per tutti; l’autore, inoltre, per motivi di sicurezza viene poi mandato molto giovane in un collegio lontano dalla sua famiglia. La Rhodesia e la sua gente vista dagli occhi di un ragazzino traspare molto bene e con lo scorrere delle pagine ci si rende conto dell’ineluttabilità della sua fine. Ad un certo punto, anche per Godwin, arriva il momento della guerra, non sentita dall’autore e impossibile da vincere, ma che comunque lo vede in prima fila. Con l’avvento della guerra, l’atmosfera del libro cambia; ora il clima è cupo e vengono descritte situazioni pesanti: il ragazzo, neanche ventenne, diventa uomo.

Il risultato inevitabile del conflitto è la scomparsa della Rhodesia bianca e la nascita dello Zimbabwe multirazziale, o almeno, così sarebbe dovuto andare. Insieme a Godwin partecipiamo all’esaltazione effimera e dalla breve durata di uno stato finalmente libero dalla segregazione e dal boicottaggio internazionale. Uno stato che vede arrivare persino Bob Marley per festeggiarne la nascita. Tutto però dura pochissimo e il volto del regime si mostra subito. Ancora insieme a Godwin, partecipiamo allo sconforto nel vedere gli stermini da parte dell’esercito nei confronti delle tribù minoritarie e nel vedere le stesse leggi speciali per la sicurezza nazionale varate dal governo della Rhodesia usate dal governo dello Zimbabwe.

Una storia di morte e sofferenza non a lieto fine che purtroppo continua ancora oggi.

Snow Crash

scrashDi romanzi io ne leggo veramente pochi e quei pochi che leggo di solito sono di autori giapponesi, morti*. Però da quando Jinzo ha cambiato blog, la curiosità di leggere Snow Crash doveva essere soddisfatta prima o poi. Detto, fatto.

Snow Crash di Neal Stephenson è un romanzone fantascientifico di cinquecento e passa pagine di genere cyberpunk. È stato pubblicato nel 1992 ed è ambientato in America verso la fine del ventesimo secolo (almeno così mi sembra di aver capito), e quindi adesso è diventato di fatto una ucronia dato che siamo nel XXI secolo e non ci troviamo nelle condizioni descritte in Snow Crash; almeno in parte. Il libro è stato scritto all’inizio degli anni ’90 e si sente; infatti, per esempio, i giapponesi sono ancora tenuti in considerazione e la miniaturizzazione degli strumenti informatici è un concetto non ancora presente. Il libro anticipa un po’ tutto il mondo virtuale scaturito con internet (qui chiamato metaverso) e descrive una società statunitense nella quale il governo centrale è collassato e zone sempre più ampie di territorio sono extra-territoriali e in mano a dei franchise di quasi-nazioni, tipo Narcolombia, Neo Sudafrica, Super Hong Kong, Nuova Sicilia e Le Porte del Paradiso.

Snow Crash è un bel romanzo che si legge molto bene anche se la società che descrive è un po’ lo spauracchio di quelli che al solo sentire il termine “anarcocapitalismo” si mettono le mani tra i capelli, ossia: violenza, inquinamento, guerra, povertà. La trama è avvincente e i protagonisti sono tratteggiati bene. La storia ruota attorno a un misterioso virus infomatico, chiamato appunto Snow Crash, che ha il potere di mandare in pappa il cervello dei programmatori, e di più non posso dire sennò spoilero.

Per rendere questo libro più appetibile, comunque, lo scrittore secondo me avrebbe dovuto piazzare un po’ di scene di sesso ogni tanto, non avrebbero guastato all’economia generale del libro; ma forse sono io che sono il solito porcone.

* tenetevi a mente questa frase perché potrebbe tornarvi utile agli aperitivi.

L’aborto ne “L’etica della libertà

Come avevo già scritto, non tutte le argomentazioni che si trovano ne L’etica della libertà di Rothbard mi convincono. Un ragionamento con il quale sono pienamente d’accordo invece è quello riguardante l’aborto. Sarei curioso di sapere quanti paleolibertarian sono d’accordo con quanto scrive Rothbard su questo argomento in questo libro. Non sono molto ferrato sul tema, ma presumo che negli anni seguenti abbia cambiato idea rispetto a quanto aveva scritto, no?

murray rothbardLa base corretta per un’analisi dell’aborto si trova nell’assoluto diritto di ciascuno alla proprietà del proprio corpo. Questo comporta, come conseguenza immediata, il fatto che ogni donna gode di diritti assoluti sul proprio corpo e su quanto esso contiene. Questo comprende il feto. Normalmente il feto si trova nel grembo della madre perché essa acconsente a questa situazione, ma vi si trova proprio in virtù del consenso liberamente concesso dalla madre. Ma, se la madre dovesse decidere di non volere più il feto nel proprio grembo, allora esso diventerebbe un “violatore” parassitario della sua persona, e la madre avrebbe pienamente diritto di espellere questo invasore dal proprio territorio. L’aborto dovrebbe essere considerato non come “l’omicidio” di una persona vivente, bensì come l’espulsione dal corpo della madre di un ospite indesiderato. Qualsiasi legge che limiti o proibisca l’aborto costituisce quindi una violazione dei diritti delle madri.

Secondo una comune obiezione, la madre, avendo originariamente acconsentito al concepimento, si è vincolata con un “contratto” alla sua attuale condizione, e quindi non può “violare” tale “contratto” sottoponendosi a un aborto. Questa tesi, tuttavia, è molto discutibile. In primo luogo una semplice promessa non è un contratto vincolante: i contratti sono esecutivi soltanto se la loro violazione comporta un furto implicito, mentre chiaramente ciò non avviene nel nostro caso. In secondo luogo, è evidente che qui non può esservi alcun “contratto” giacché il feto (l’ovulo fecondato?) non può certo essere considerato un’entità contraente volontaria e consapevole. E in terzo luogo, un punto d’importanza cruciale della teoria libertaria è l’inalienabilità della volontà e, quindi, l’inammisibilità della schiavitù volontaria. Anche se si potesse parlare di un “contratto”, quindi, questo non potrebbe essere fatto rispettare, perché la volontà della madre è inalienabile ed ella non può legittimamente essere obbligata contro la sua volontà a portare in grembo e partorire un bambino.

Un’altra argomentazione addotta dagli anti-abortisti è che il feto è un essere umano vivente, quindi esso deve godere di tutti i diritti degli essere umani. Ammettiamo pure, per amore di discussione, che i feti siano esseri umani – o, più genericamente, esseri umani potenziali – e pertanto abbiano titolo al godimento di tutti i diritti umani. Ma quali esseri umani, potremmo chiedere, hanno il diritto di essere parassiti del corpo di un ospite umano che non li desidera? Chiaramente, nessun essere umano ormai nato ha questo diritto, pertanto, a fortiori, neache il feto può averlo.

Open source

Future ImperfectLinus Torvalds owns Linux. Eric Raymond owns Fetchmail. A committee owns Apache. Under an open source license anyone is free to modify the code any way he likes, provided that he makes the source code to his modified version public, thus keeping it open source. But programmers want to all work on the same code base so that each can take advantage of improvements made by the others. If Torvalds rejects your improvements to Linux, you are still free to use them – but don’t expect any help. Everyone else will be working on his version. Thus ownership of a project – the ability to decide what goes into the code base – is a property right enforced entirely by private action.

[...] The open source movement is simply a new variation on the system under which most of modern science was created. Programmers create software; scholars create ideas. Ideas, like open source programs, can be used by anyone. The source code, the evidence and arguments on which the ideas are based, is public information. An article that starts out “The following theory is true, but I won’t tell you why” is unlikely to persuade many readers.

Scientific theories do not have owners in quite the sense that open source projects do, but at any given time in most fields there is considerable agreement as to what the orthodox body of theory is. Scholars can choose to ignore that consensus, but if they do, their work is unlikely to be taken seriously. Apache’s owner is a committee. Arguably neoclassical economics belongs to a somewhat larger committee. A scholar can defy the orthodoxy to strike out his own; some do. Similarly, if you don’t like Linux, you are free to start your own open source operating system project based on your variant of it. Heretical ideas sometimes succeed and open source projects are sometimes successfully forked but, in both cases, the odds are against it.

Tratto da Future Imperfect di David Friedman

Tutte le balle

tutte le balle sul capitalismoLa prefazione di Guglielmo Piombini a Tutte le balle sul capitalismo di Robert Murphy non mi è piaciuta perché ritengo c’entri veramente poco con il libro. A parte molto affermazioni tagliate con l’accetta sulle quali nutro molti dubbi, penso che la sua tirata ultraconservatrice posso indisporre alla lettura proprio una parte di quelle persone che avrebbero più bisogno di leggere questo libro.

Questo di Murphy è un fenomenale libro divulgativo. Io vi imploro di leggere questo libro. Saltate pure la prefazione, ma leggete questo libro. Dovreste assolutamente leggerlo per una serie di motivi. Intanto è un libro scritto molto bene, infatti spiega in maniera semplice e discorsiva un argomento come l’economia che può risultare ostico a molti. E’ un libro che insegna una miriade di cose e che fa capire meccanismi con i quali abbiamo quotidianamente a che fare ma che in fin dei conti ignoriamo. Inoltre, è un libro che confuta molte affermazioni “di buon senso” che sentiamo spesso e che sembrano ad un’analisi superficiale delle verità incrollabili. Tutto questo scritto sempre, lo ripeto, in modo comprensibilissimo e spesso divertente, alla portata delle persone normali.

In definitiva, questo libro è un compendio (206 pagine) divulgativo su cosa realmente sia il libero mercato e su cosa effettivamente provochi la libertà di scambio tra persone. Questo libro è una difesa del capitalismo contro il protezionismo, la regolamentazione statale, l’anti-globalismo*, etc etc. Dato che questo blog è notoriamente un covo di sinistrorsi incalliti, io mi rivolgo direttamente a voi esortandovi a leggere questo libro. Ripeto, saltate pure la prefazione che c’entra poco ma leggetelo. Sicuramente vi farà pensare e se proprio non abbraccerete il laissez-faire, di sicuro conoscerete meglio il “liberismo” ed i suoi meccanismi ed eviterete di parlare a vanvera.

* tutto questo oggi in Italia ha come massimo esponente un ministro del governo di destra, Tremonti.

Lo statalismo

Trovo che questo brano tratto da Socialismo di Mises del 1922 sia di straordinaria attualità; ancora, purtroppo. Cambiando alcuni termini, come aristocrazia e consiglio della Corona con capitalista di stato e politici,  il gioco è fatto.

Lo statalismo ha in mente una classificazione gerarchica dei membri del suo futuro Stato. I più nobili avranno più potere, onori e reddito secondo la sua valutazione di merito. Gli pare intollerabile che un venditore di latte, o un fabbricante di bottoni, possa ottenere un reddito più alto che il discendente di una vecchia famiglia della aristocrazia o un membro del consiglio della Corona o un tenente. E’ proprio per rimediare a questo stato di cose che il sistema capitalistico deve essere rimpiazzato da quello statalista.

[...] Tutte le imprese devono in fondo diventare imprese di Stato. L’agricoltore manterrà il nome e il titolo di proprietario, ma gli sarà proibito di “guardare egoisticamente solo al profitto che egli può ricavare dai prodotti portati sul mercato; egli ha “il dovere di perseguire i fini dello Stato”. [...] La stessa cosa si applica agli artigiano e ai commercianti. Per gli imprenditori indipendenti che hanno un libero controllo sui mezzi di produzione, non c’è nel socialismo di Stato che un piccolo spazio, come in tutte le altre forme di socialismo. Le autorità faranno in modo che nessun soggetto riceva più del reddito conveniente, cioè più di quel reddito che gli consente un livello di vita appropriato al suo rango.

[...] Nella misura in cui il socialismo statalista tenta di perpetuare la gerarchia sociale e prevenire ogni cambiamento nella scala delle relazioni sociali, la definizione di “socialismo conservatore”, che qualche volta gli è stata attribuita, appare giustificata. In effetti, in esso vi è la convinzione, più che in qualsiasi altra forma di socialismo, che sono possibili la completa cristallizzazione e l’immobilizzazione del cambiamento delle condizioni economiche: i suoi seguaci considerano ogni innovazione economica come superflua o perfino dannosa. I mezzi con cui lo statalismo tenta di raggiungere i suoi fini corrispondono a questa concezione. Se il socialismo marxista è l’ideale sociale di coloro che non aspettano altro che una radicale trasformazione dell’ordine sociale esistente attraverso rivoluzioni sanguinose, il socialismo di Stato è l’ideale di coloro che chiamano in soccorso la polizia al più piccolo segno di difficoltà. Il marxismo si fonda sul giudizio infallibile di un proletariato animato da spirito rivoluzionario; lo statalismo sull’infallibilità delle autorità tradizionali. Entrambi concordano nel credere in un assolutismo politico che non ammette possibilità di errore.

Quando un coccodrillo mangia il sole

Tempo fa ho letto su Vanity Fair un articolo interessante sullo Zimbabwe. Io sono scandalosamente ignorante riguardo l’Africa e così ne ho approfittato per comprare il libro del giornalista che aveva scritto quell’articolo. E poi dicono che le riviste da cesso non servono a niente!

Quando un coccodrillo mangia il sole di Peter Godwin è fondamentalmente la storia dell’autore e della sua famiglia tra il 1996 e il 2004. Storia che offre l’opportunità di parlare di moltre altre faccende, come per esempio le origini di suo padre e soprattutto dello Zimbabwe.

Le mie nozioni sullo Zimbabwe erano molto superficiali. Sapevo che c’era Mugabe, un dittatore tra i tanti in Africa, che ha portato il paese alla miseria nera. Leggendo il libro ho capito un po’ di più. Peter Godwin è uno zimbabwese bianco, nato e cresciuto in quel paese. Come lo stesso autore ammette, i bianchi in Zimbabwe hanno fatto molti errori e fino al 1979 in quello che si chiamava Rhodesia vigeva un sistema politico simile all’apartheid del vicino Sudafrica. La popolazione tuttavia, sia bianca che nera, è passata dalla padella alla brace dato che con il tempo si è capito che Mugabe è un folle insensibile alla tragedia in atto nel suo paese.

Godwin attraverso le sue vicende personali mostra un Paese allo sfascio e sembra quasi che il progressivo decadimento fisico e finanziario dei suoi genitori, cocciutamente risoluti nel non voler scappare dal luogo che considerano casa loro, vada in parallelo con la rovina esponenziale di quello che una volta era un paese promettente e con tutto il necessario per assicurarsi un prospero futuro. Proprio i due genitori dell’autore sono secondo me i veri protagonisti del libro; due figure straordinarie, per nulla lo stereotipo del bianco colonialista. Godwin descrive anche molte figure di farmer, i latifondisti bianchi che progressivamente sono stati espropriati delle proprie terre in attuazione di una politica che cerca il capro espiatorio. Persone orgogliose che spaccandosi la schiena per decenni avevano creato dei gioielli di fattorie e contro i quali Mugabe ad un certo punto ha scatenato l’odio. Oggi in Zimbabwe di zimbabwesi bianchi ne sono rimasti veramente pochi.