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Tutte le balle

tutte le balle sul capitalismoLa prefazione di Guglielmo Piombini a Tutte le balle sul capitalismo di Robert Murphy non mi è piaciuta perché ritengo c’entri veramente poco con il libro. A parte molto affermazioni tagliate con l’accetta sulle quali nutro molti dubbi, penso che la sua tirata ultraconservatrice posso indisporre alla lettura proprio una parte di quelle persone che avrebbero più bisogno di leggere questo libro.

Questo di Murphy è un fenomenale libro divulgativo. Io vi imploro di leggere questo libro. Saltate pure la prefazione, ma leggete questo libro. Dovreste assolutamente leggerlo per una serie di motivi. Intanto è un libro scritto molto bene, infatti spiega in maniera semplice e discorsiva un argomento come l’economia che può risultare ostico a molti. E’ un libro che insegna una miriade di cose e che fa capire meccanismi con i quali abbiamo quotidianamente a che fare ma che in fin dei conti ignoriamo. Inoltre, è un libro che confuta molte affermazioni “di buon senso” che sentiamo spesso e che sembrano ad un’analisi superficiale delle verità incrollabili. Tutto questo scritto sempre, lo ripeto, in modo comprensibilissimo e spesso divertente, alla portata delle persone normali.

In definitiva, questo libro è un compendio (206 pagine) divulgativo su cosa realmente sia il libero mercato e su cosa effettivamente provochi la libertà di scambio tra persone. Questo libro è una difesa del capitalismo contro il protezionismo, la regolamentazione statale, l’anti-globalismo*, etc etc. Dato che questo blog è notoriamente un covo di sinistrorsi incalliti, io mi rivolgo direttamente a voi esortandovi a leggere questo libro. Ripeto, saltate pure la prefazione che c’entra poco ma leggetelo. Sicuramente vi farà pensare e se proprio non abbraccerete il laissez-faire, di sicuro conoscerete meglio il “liberismo” ed i suoi meccanismi ed eviterete di parlare a vanvera.

* tutto questo oggi in Italia ha come massimo esponente un ministro del governo di destra, Tremonti.

Lo statalismo

Trovo che questo brano tratto da Socialismo di Mises del 1922 sia di straordinaria attualità; ancora, purtroppo. Cambiando alcuni termini, come aristocrazia e consiglio della Corona con capitalista di stato e politici,  il gioco è fatto.

Lo statalismo ha in mente una classificazione gerarchica dei membri del suo futuro Stato. I più nobili avranno più potere, onori e reddito secondo la sua valutazione di merito. Gli pare intollerabile che un venditore di latte, o un fabbricante di bottoni, possa ottenere un reddito più alto che il discendente di una vecchia famiglia della aristocrazia o un membro del consiglio della Corona o un tenente. E’ proprio per rimediare a questo stato di cose che il sistema capitalistico deve essere rimpiazzato da quello statalista.

[...] Tutte le imprese devono in fondo diventare imprese di Stato. L’agricoltore manterrà il nome e il titolo di proprietario, ma gli sarà proibito di “guardare egoisticamente solo al profitto che egli può ricavare dai prodotti portati sul mercato; egli ha “il dovere di perseguire i fini dello Stato”. [...] La stessa cosa si applica agli artigiano e ai commercianti. Per gli imprenditori indipendenti che hanno un libero controllo sui mezzi di produzione, non c’è nel socialismo di Stato che un piccolo spazio, come in tutte le altre forme di socialismo. Le autorità faranno in modo che nessun soggetto riceva più del reddito conveniente, cioè più di quel reddito che gli consente un livello di vita appropriato al suo rango.

[...] Nella misura in cui il socialismo statalista tenta di perpetuare la gerarchia sociale e prevenire ogni cambiamento nella scala delle relazioni sociali, la definizione di “socialismo conservatore”, che qualche volta gli è stata attribuita, appare giustificata. In effetti, in esso vi è la convinzione, più che in qualsiasi altra forma di socialismo, che sono possibili la completa cristallizzazione e l’immobilizzazione del cambiamento delle condizioni economiche: i suoi seguaci considerano ogni innovazione economica come superflua o perfino dannosa. I mezzi con cui lo statalismo tenta di raggiungere i suoi fini corrispondono a questa concezione. Se il socialismo marxista è l’ideale sociale di coloro che non aspettano altro che una radicale trasformazione dell’ordine sociale esistente attraverso rivoluzioni sanguinose, il socialismo di Stato è l’ideale di coloro che chiamano in soccorso la polizia al più piccolo segno di difficoltà. Il marxismo si fonda sul giudizio infallibile di un proletariato animato da spirito rivoluzionario; lo statalismo sull’infallibilità delle autorità tradizionali. Entrambi concordano nel credere in un assolutismo politico che non ammette possibilità di errore.

Quando un coccodrillo mangia il sole

Tempo fa ho letto su Vanity Fair un articolo interessante sullo Zimbabwe. Io sono scandalosamente ignorante riguardo l’Africa e così ne ho approfittato per comprare il libro del giornalista che aveva scritto quell’articolo. E poi dicono che le riviste da cesso non servono a niente!

Quando un coccodrillo mangia il sole di Peter Godwin è fondamentalmente la storia dell’autore e della sua famiglia tra il 1996 e il 2004. Storia che offre l’opportunità di parlare di moltre altre faccende, come per esempio le origini di suo padre e soprattutto dello Zimbabwe.

Le mie nozioni sullo Zimbabwe erano molto superficiali. Sapevo che c’era Mugabe, un dittatore tra i tanti in Africa, che ha portato il paese alla miseria nera. Leggendo il libro ho capito un po’ di più. Peter Godwin è uno zimbabwese bianco, nato e cresciuto in quel paese. Come lo stesso autore ammette, i bianchi in Zimbabwe hanno fatto molti errori e fino al 1979 in quello che si chiamava Rhodesia vigeva un sistema politico simile all’apartheid del vicino Sudafrica. La popolazione tuttavia, sia bianca che nera, è passata dalla padella alla brace dato che con il tempo si è capito che Mugabe è un folle insensibile alla tragedia in atto nel suo paese.

Godwin attraverso le sue vicende personali mostra un Paese allo sfascio e sembra quasi che il progressivo decadimento fisico e finanziario dei suoi genitori, cocciutamente risoluti nel non voler scappare dal luogo che considerano casa loro, vada in parallelo con la rovina esponenziale di quello che una volta era un paese promettente e con tutto il necessario per assicurarsi un prospero futuro. Proprio i due genitori dell’autore sono secondo me i veri protagonisti del libro; due figure straordinarie, per nulla lo stereotipo del bianco colonialista. Godwin descrive anche molte figure di farmer, i latifondisti bianchi che progressivamente sono stati espropriati delle proprie terre in attuazione di una politica che cerca il capro espiatorio. Persone orgogliose che spaccandosi la schiena per decenni avevano creato dei gioielli di fattorie e contro i quali Mugabe ad un certo punto ha scatenato l’odio. Oggi in Zimbabwe di zimbabwesi bianchi ne sono rimasti veramente pochi.

Un liberale guarda alla terra della libertà

Paolo Bernardini è uno storico (soprattutto del Settecento e della storia dell’ebraismo europeo), professore universitario in Italia e negli Usa, fellow del Mises Institute ed è quel genovese presidente del Partito Nasional Veneto (tanto per far capire quanto nel PNV sia tenuto in considerazione "l’etnismo", ma questo lo scrivo en passant sennò mi accusano di scuffite).

L’ultimo libro di Paolo Bernardini si chiama America. Un liberale guarda alla terra della libertà (su Liberilibri, su IBS) e ne consiglio a tutti la lettura. Il libro è una raccolta di articoli, recensioni di libri e film, brevi saggi scritti tra il 2002 ed il 2006 il cui filo conduttore è di essere tutti veramente godibili e veramente interessanti; meglio di così! Bernardini scrive sugli Usa e ne coglie lati a volti esaltanti, a volte desolanti. Un libro che offre spunti a non finire; anche se non sono d’accordo con tutte le conclusioni a cui giunge l’autore. Il punto sul quale sono forse più in disaccordo è quando l’autore, scrivendo del libro di Woods, How the Catholic Church built western Civilization, scrive:

Si tratta nel caso della Chiesa, di una entità che non obbliga nessuno a farne parte, al contrario degli Stati. Non esige nessuna forma di tassazione, o di rinuncia alla propria libertà.

Questo probabilmente è vero negli Usa, nei quali la Chiesa Cattolica è una chiesa in concorrenza con altre chiese in regime di libertà. Qui da noi il vaticano è un secondo Stato che cerca insistentemente il monopolio forzoso e che esige ed ottiene il mio denaro e la mia libertà. Si potesse cambiare e importare il modello religioso statunitense, nel quale la religione è più presente nella vita civile ma al contempo vige la più assoluta volontarietà di finanziamento e adesione, firmerei subito!

Una banalità che devo scrivere è che dalle pagine che l’autore scrive si vede trasparire quell’amore che non è necessariamente cecità; Bernardini e gli Usa sono una coppia matura e rodata. Un libro da leggere, soprattutto in questo momento nel quale molti si fregano le mani e parlano di morte del capitalismo o di fine della superpotenza americana, poveri illusi.

Dalla prefazione al libro:

Per un pensatore liberale, l’America rappresenta un punto di riferimento fondamentale, sia per quel che al pensiero liberale è riuscito storicamente di realizzare, sia per i fallimenti di questo sogno di libertà. Amanti del fascino vuoto delle parole la definiscono "terra delle contraddizioni", ma le contraddizioni di cui costoro parlano, ad esempio quella tra "estremamente poveri" ed "estremamente ricchi", sono del tutto inesistenti ed appartengono ai materiali dell’immaginario di una sinistra svilita dalla storia e dai mediocri sviluppi del suo funesto e funebre pensiero.

Gi Stati Uniti sono se mai terra di libertà e opportunità, e queste parole per quanto così spesso riaffiorino, siano incise a chiare lettere nella Statua della Libertà, non affondano nel vuoto. Quasi trecento milioni di abitanti, con una crescita costante e armonica della popolazione, vivono in quello che è ed è destinato a rimanere a lungo il più ricco Paese del mondo, il laboratorio delle idee, nella scienza e nel pensiero politico, e ormai in ogni campo, fosse pure l’archeologia classica, che muovono la nostra storia.

Ma per un pensatore liberale, se mai in America affiorano contraddizioni sostanziali, di ben diverso stampo rispetto a quelle, inesistenti, che alimentano in ogni parte del mondo l’ideologia antiamericanista, dai no-global con le Nike ai piedi al disastroso presidente venezuelano Chavez che fa bella propaganda, e arrichisce vieppiù Noam Chomsky, da una vita docente al MIT, che non si trova nelle strade violente e sporche di Caracas ma nella quieta, ricca e vivacissima Boston. Sono contraddizioni proprio legate allo sviluppo dei fondamenti ideologici liberali dei Founding Fathers, Jefferson soprattutto, quando, a cavallo del XVII e XVIII secolo e per tutti i primi decenni dell’Ottocento, l’originario impulso federalistico caratterizzato dall’idea di "Stato minimo", già presente nel DNA del nuovo Stato, con Locke, Trenchard e Gordon, fino a Jefferson appunto, venne corrotto. Corrotto e offuscato da un centralismo sempre più imperante, fino al trionfo di Washington (una capitale artificiale, come lo saranno nel Novecento Canberra e Brasilia e altre) alla fine della Guerra civile, impropriamente nota come Guerra di secessione.

foto presa qui

La caduta dell’impero romano

I periodi storici che più mi affascinano sono quelli di confine tra due epoche. Più il confine è labile e indefinito, più la storia diventa faccenda complicata e interessante.

Ho sempre avuto una curiosità non soddisfatta riguardo la fine dell’impero romano propriamente detto, cioè la caduta della sua parte occidentale e la continuazione di quella orientale. Tutti gli anni di scuola e mai nessun professore che mi abbia spiegato bene questo periodo storico; alle elementari pensavo che dopo il 476 la gente avesse riposto le tuniche romane e indossato le corazze medievali, tutto d’un colpo.

Infatti, se è vero che con la deposizione dell’ultimo imperatore della parte occidentale dell’impero nel 476 d.C. finisce ufficialmente la dominazione nell’Europa occidentale di quella struttura che partendo da Roma aveva conquistato un mondo, è anche vero che il disfacimento dell’impero ha avuto cause lontane.

La caduta dell’impero romano. Una nuova storia di Peter Heather ha soddisfatto quasi tutte le mie curiosità. In 550 e passa pagine, Heather ripercorre gli ultimi secoli dell’impero con fare disinvolto e pure divertito a volte. Una narrazione che comprende di tutto: ovviamente i barbari (unni, goti, vandali, alani, etc etc), i persiani, le province romane, l’Italia, scrittori, letterati, senatori romani e proprietari terrieri, gli imperatori e i generali che hanno fatto la storia e il caso che l’ha fatta pure lui.

Un libro scritto bene e privo di pesantezze. Un libro di storia che spiega bene le vicende finali di un impero grazie al quale quattro buzziconi ancora oggi si fanno belli per i meriti altrui.

L’impero romano gettò i semi della propria distruzione non per le debolezze intrinseche che nel corso dei secoli si erano sviluppate al suo interno e nemmeno per altre nuove debolezze sorte nella fase conclusiva della sua storia, bensì in conseguenza dei rapporti che aveva costruito e intrecciato con il mondo germanico. I sasanidi erano riusciti a riorganizzare la società mediorientale in modo da liberarsi della dominazione romana; altrettanto fece il mondo germanico, solo che la collisione con la potenza unna fece precipitare il processo molto più in fretta di quanto altrimenti sarebbe stato possibile. L’impero romano d’occidente non crollò per lo stesso peso del suo "magnifico edificio", ma perchè i vicini germanici reagirono al suo strapotere in modi che i romani stessi non avrebbero mai potuto prevedere. Da ciò possiamo forse trarre una morale positiva: l’impero romano, per via della sua illimitata aggressività, fu in ultima analisi la causa della propria distruzione.

tratto da la caduta dell’impero romano di peter heather

Una storia ragguardevole

C’è poco da fare: i libri che preferisco sono quei bei mattonazzi di storia. Non storia in generale, ma storia di una città, una nazione o un popolo. Storia limitata e non dispersiva che, tenendo conto del contesto globale, ti spiega per filo e per segno la vicenda del protagonista.

Dopo aver letto mesi fa un mediocre libro sulla storia di Verona, ho finito ora di leggere un esaltante libro sulla storia di Venezia. Sarà per la diversa personalità delle città e dei suoi abitanti, sarà per la storia in sè, sarà per l’abilità e l’accuratezza dell’autore, ma le seicento e passa pagine di questo libro mi sono sembrate un grande romanzone bellissimo.

La Repubblica del Leone. Storia di Venezia è un librone che compendia tutto quello che c’è da sapere sulla storia di questa città. Se vi interessa il genere.

Il fatto che la storia di questa incredibile città, che ha alle spalle più di mille anni di indipendenza, non sia conosciuta più di tanto è una cosa che mi mette molta tristezza. Grandi battaglie, grandi vittorie, grandi commerci, grandi uomini, grandi schei ma anche grandi batoste, grandi cazzate e un grande declino che, secondo me, dal diciottesimo secolo continua ancora adesso.

Mentre l’aristocrazia milanese si adatta rapidamente alla nuova realtà (della conquista napoleonica. NdY) e se ne fa strumento per mantenersi a galla o per affermarsi maggiormente, quella veneziana non reagisce se non sporadicamente, con la buona volontà di pochi singoli personaggi per i quali, poi, l’essersi dati al servizio pubblico finisce quasi per rappresentare un marchio che li addita a un immeritato disprezzo. [...]

Una ragione psicologica c’era, ed era più che plausibile: la nobiltà milanese era avvezza da lunghi secoli alla vita di corte, al servizio di un potere forestiero, fosse spagnolo o austriaco (Milano era, dal 1535, un dominio asburgico), l’avvento della dominazione francese non aveva rappresentato altro che un mutamento di padrone. A Venezia, invece, la sovranità risiedeva del Maggior Consiglio, cioè nel patriziato autoctono: mettersi al servizio di un altro sovrano straniero rappresentava, per gli ex membri del Maggior Consiglio, un’ennesima abdicazione.

Così il patriziato, o ciò che ne rimaneva dopo le falcidie provocate dagli esodi e dalle estinzioni naturali, "snobbava" il Regno Italico, e lo snobbò tanto più volentieri, come lo snobbarono, in massa, borghesi e popolani per un’altra ragione, che non riguardava solamente l’aristocrazia: a Milano, nel 1797, c’era stato un mutamento che poteva anche avre avuto sapore di liberazione, ed era seguito poi un periodo, quello della Repubblica Cisalpina, di relativa autonomia, gestito e diretto da Italiani. A Venezia, nel 1797, c’era stato l’avvento di una dominazione imposta con la violenza dove non ce n’era mai stata alcuna; a quella ne aveva tenuto dietro un’altra; c’era dunque, la tendenza a valutare la collaborazione con i nuovi padroni come "collaborazionismo" piuttosto che come servizio pubblico.

La mancata esperienza della Cisalpina aveva impedito, infine, ai veneziani di identificarsi, come fecero, invece, i Lombardi, nel Regno Italico, che ne aveva assunto la sucessione, come cittadini anzichè come puri e semplici sudditi.
tratto da la repubblica del leone. storia di venezia di alvise zorzi

Costrizione

Ogni "programma sociale" presenta la duplice caratteristica di condannare una quantità di gente a prestazioni, sovente gravose, cui non corrisponde alcuna controprestazione da parte dell’ente o degli enti impositori (massimo, fra tutti, naturalmente, lo Stato), e di devolvere il ricavato in misura minima, e comunque insufficiente, ai pretesi beneficiari del "programma", salvo a creare tra questi qualche migliaio di autentici privilegiati, cui viene dato – invece – molto più del bisogno. Chi credesse che abbiamo torto non avrebbe che a pensare ai milioni di lire ad ettaro, investiti (anzi buttati) nelle terre scarsamente produttive sottoposte a riforma fondiaria, e alle non molte famiglie di contadini, che senza alcun particolare merito (e senza aver neppure compilato una schedina del totocalcio) si sono viste improvvisamente milionarie, coi denari dei contribuenti e con il terreno legalmente rapinato ai precedenti proprietari. E se poi questo esempio non paresse sufficiente, potremmo ricordarne altri, come quello delle famose "cooperative" edilizie che specie a Roma spuntano come funghi e che arricchiscono alcuni pochi coi denari strappati ai molti.

Sappiamo bene la risposta che qualcuno vorrebbe dare alle nostre osservazioni: noi siamo "reazionari", non sentiamo le esigenze "sociali", non comprendiamo "l’insostituibile funzione dello Stato" per la soluzione dei problemi più urgenti della "collettività", etc etc.

Certo, se "reazionario" deriva da "reagire", non possiamo non sentirci fieri di essere "reazionari", ossia di reagire contro una mentalità che vede nel cosiddetto "Stato" il deus ex machina per la soluzione di ogni problema. E la nostra reazione deriva dal fatto che chi dice Stato dice anzitutto costrizione, e quindi sacrifici e spesso dolori e lacrime certi, cui non corrispondono mai con altrettanta certezza i vantaggi sperati, nè per coloro che si sacrificano, nè per altri che, più o meno gratuitamente, dovrebbero godere i frutti di quei sacrifici.

Ciò vale – beninteso – per lo Stato riformatore di rapporti fondiari o bonificatore di terre, come vale per lo Stato dispensatore di assistenza medica o costruttore di case, ma, purtroppo, ancora oggi la costrizione sembra essere per molti più "estetica" della persuasione, le soluzioni "per forza" sembrano migliori di quelle "per amore", e in ogni angolo si nasconde un povero di spirito che vi eccita a non fidarvi di voi stessi o del vostro prossimo, e a ricorrere, contro voi stessi e il vostro prossimo, allo "Stato".

Bruno Leoni, 15 gennaio 1956

tratto da collettivismo e libertà economica. editoriali "militanti" (1949 – 1967)

Giacinto Giannini

Stimolato da un post di Sgembo ed essendomi reso conto di non sapere praticamente nulla su Giannini e sul movimento qualunquista, ho approfittato di una nuova uscita editoriale e mi sono comprato Il qualunquista. Guglielmo Giannini e l’antipolitica di Carlo Maria Lomartire.

Un libro che ho letto in due serate, molto ben scritto e molto interessante. Il libro racconta la storia di Guglielmo Giannini e del suo movimento in modo molto semplice e chiaro. Non ci sono intenti agiografici, il tentativo  è quello di rimettere un po’ le cose al proprio posto, ossia, spezzare l’equazione qualunquismo = fascismo e dimostrare come la connotazione estremamente negativa del termine "qualunquista" non abbia alcun senso. Il qualunquismo fu un movimento molto originale che, almeno all’inizio, si poneva come vera terza via tra i nostalgici della tirannia fascista e gli entusiasti della nuova normalizzazione asfittica del CNL. Giannini e i suoi qualunquisti erano, almeno all’inizio, dei veri individualisti che credevano nella libertà individuale. Purtroppo Giannini, per la sua indole un po’ troppo barocca, sbandò presto e i vari personaggi alquanto discutibili che entrarono nel partito non aiutarono.

Il libro spiega molto bene la figura di Giannini, che ai miei occhi sembra molto simile a Pannella. Entrambi guru semi-religiosi di un movimento, entrambi non questionabili, entrambi partiti da posizioni liberali, entrambi estremamente confusionari per quanto riguarda la linea politica, entrambi con il complesso della vittima, entrambi con una gestione partitica estremamente libera, entrambi privi di una coscienza autocritica (in verità, Pannella di più. Avete mai sentito dire a Pannella di aver sbagliato?) ed entrambi politicamente finiti nell’irrilevanza a causa di molteplici e consecutivi sbagli.

Comunque, per quanto mi riguarda, questo libro mi è servito molto; dato che come diceva giustamente Moretti: le parole sono importanti! La prossima volta che mi starà per scappare un "qualunquista" in una frase, mi tratterrò perchè non è quella la parola giusta.

Che?

La nebbia del tempo e la forza dell’anti-anti-comunismo hanno oscurato il vero Che. Chi era costui? Era un rivoluzionario argntino che prestò servizio come tagliagole principale di Castro. Era particolarmente infame perchè dirigeva le esecuzioni sommarie a "La Cabãna", la fortezza che fungeva da mattatoio. Gli piaceva amministrare il colpo di grazia, il proiettile nella nuca. E amava far sfilare la gente sotto "El Paredón", il muro rosso di sangue contro il quale furono uccisi tanti innocenti. Inoltre, istituì il sistema di campi di lavoro dove innumerevoli cittadini – dissidenti, artisti, omosessuali – soffrivano e morivano. Stiamo parlando del gulag cubano. Uno scrittore cubano-americano, Humberto Fontova, descrisse Guevara come "una combinazione fra Beria e Himmler". Antony Daniels, in vena di spiritosaggini, disse: "La differenza tra Guevara e Pol Pot era che il primo non aveva studiato a Parigi!".

Jay Nordlinger riportato da Leonardo Facco nel suo C’era una volta il Che. Ernesto Guevara, tutta un’altra storia. Un libro che consiglio di leggere. Anche perchè persiste nell’opinione pubblica questa follia totale di considerare un mito un personaggio sadico e con un mitra al posto del cervello.

Viene da pensare che la fregatura di Stalin sia stata quella di non aver avuto un bravo fotografo.

In Svizzera

Ho sempre pensato che l’aforisma di Orson Wells che dice "In Italy for thirty years under the Borgias they had warfare, terror, murder and bloodshed but they produced Michelangelo, Leonardo da Vinci and the Renaissance. In Switzerland, they had brotherly love; they had five hundred years of democracy and peace and what did that produce? The cuckoo clock" sia una stronzata colossale per vari motivi. Innanzittutto perchè l’orologio a cucù non l’hanno inventato in Svizzera, e in secondo luogo perchè mi sembra una di quelle frasi dettate dall’invidia e dalla non conoscenza.

La Svizzera ce l’abbiamo qua vicino ma non la conosciamo poi molto. Per dire, secondo me l’italiano medio conosce di più la Spagna o la Francia. Della Svizzera molti hanno il mito e la guardano con occhi sognanti, altri la odiano ritenendola quasi uno Stato canaglia. Io, che mi ritengo persona smaliziata, per farmi un’idea di che cos’è la Svizzera, ho scelta la via più semplice: mi sono comprato un libro di storia.

Storia della Svizzera. Dall’antichità ad oggi. Il mito del federalismo di Emilio Papa è un libro completo. Parte dalla tribù pre-romana degli Elvezi, passando per quell’unione del 13° secolo dei tre ort di Uri, Svitto e Unterwaldo, fino ad arrivare ai giorni nostri o quasi. Leggendo questo libro ci si rende conto di come la Svizzera sia stata effettivamente un’isola di diversità all’interno dell’Europa, ma al tempo spesso per niente impermeabile a quello che le capitava attorno. Leggendo questo libro poi ci si rende anche conto di come gli svizzeri nel corso della storia non si siano risparmiati vicendevoli mazzate e sotterfugi: romandi contro tedeschi, cattolici contro protestanti, centralisti contro federalisti; in un turbine di incroci e di complessità. Eppure la Svizzera è rimasta. Cantoni che tra loro non si capiscano e che hanno poco (a volte niente) in comune se non la comune appartenenza a questa stranezza della storia. In Svizzera il federalismo, nonostante i tentativi periodici di centralizzazione, è vivo ed è una caratteristiche nazionale. Il comune, il cantone e lo stato sono i tre livelli attraverso i quali questo federalismo si esplica, e fino ad adesso sembra aver funzionato.

Certo, la famosa neutralità della Confederazione a volte può risultare insopportabile, però dobbiamo  ricordare che anche grazie a questa neutralità la Svizzera ha potuto resistere e non essere cancellata. E anche grazie a questa neutralità, è stata la Patria adottiva di numerosissimi esuli da ogni parte di un’Europa che soffocava la libertà e il diritto. Un’isola di libertà. Di sicuro però la Svizzera non è il paradiso, ma se l’Italia tendesse verso quel modello federalista, a me non dispiacerebbe.