Paolo Bernardini è uno storico (soprattutto del Settecento e della storia dell’ebraismo europeo), professore universitario in Italia e negli Usa, fellow del Mises Institute ed è quel genovese presidente del Partito Nasional Veneto (tanto per far capire quanto nel PNV sia tenuto in considerazione "l’etnismo", ma questo lo scrivo en passant sennò mi accusano di scuffite).
L’ultimo libro di Paolo Bernardini si chiama America. Un liberale guarda alla terra della libertà (su Liberilibri, su IBS) e ne consiglio a tutti la lettura. Il libro è una raccolta di articoli, recensioni di libri e film, brevi saggi scritti tra il 2002 ed il 2006 il cui filo conduttore è di essere tutti veramente godibili e veramente interessanti; meglio di così! Bernardini scrive sugli Usa e ne coglie lati a volti esaltanti, a volte desolanti. Un libro che offre spunti a non finire; anche se non sono d’accordo con tutte le conclusioni a cui giunge l’autore. Il punto sul quale sono forse più in disaccordo è quando l’autore, scrivendo del libro di Woods, How the Catholic Church built western Civilization, scrive:
Si tratta nel caso della Chiesa, di una entità che non obbliga nessuno a farne parte, al contrario degli Stati. Non esige nessuna forma di tassazione, o di rinuncia alla propria libertà.
Questo probabilmente è vero negli Usa, nei quali la Chiesa Cattolica è una chiesa in concorrenza con altre chiese in regime di libertà. Qui da noi il vaticano è un secondo Stato che cerca insistentemente il monopolio forzoso e che esige ed ottiene il mio denaro e la mia libertà. Si potesse cambiare e importare il modello religioso statunitense, nel quale la religione è più presente nella vita civile ma al contempo vige la più assoluta volontarietà di finanziamento e adesione, firmerei subito!
Una banalità che devo scrivere è che dalle pagine che l’autore scrive si vede trasparire quell’amore che non è necessariamente cecità; Bernardini e gli Usa sono una coppia matura e rodata. Un libro da leggere, soprattutto in questo momento nel quale molti si fregano le mani e parlano di morte del capitalismo o di fine della superpotenza americana, poveri illusi.
Dalla prefazione al libro:
Per un pensatore liberale, l’America rappresenta un punto di riferimento fondamentale, sia per quel che al pensiero liberale è riuscito storicamente di realizzare, sia per i fallimenti di questo sogno di libertà. Amanti del fascino vuoto delle parole la definiscono "terra delle contraddizioni", ma le contraddizioni di cui costoro parlano, ad esempio quella tra "estremamente poveri" ed "estremamente ricchi", sono del tutto inesistenti ed appartengono ai materiali dell’immaginario di una sinistra svilita dalla storia e dai mediocri sviluppi del suo funesto e funebre pensiero.
Gi Stati Uniti sono se mai terra di libertà e opportunità, e queste parole per quanto così spesso riaffiorino, siano incise a chiare lettere nella Statua della Libertà, non affondano nel vuoto. Quasi trecento milioni di abitanti, con una crescita costante e armonica della popolazione, vivono in quello che è ed è destinato a rimanere a lungo il più ricco Paese del mondo, il laboratorio delle idee, nella scienza e nel pensiero politico, e ormai in ogni campo, fosse pure l’archeologia classica, che muovono la nostra storia.
Ma per un pensatore liberale, se mai in America affiorano contraddizioni sostanziali, di ben diverso stampo rispetto a quelle, inesistenti, che alimentano in ogni parte del mondo l’ideologia antiamericanista, dai no-global con le Nike ai piedi al disastroso presidente venezuelano Chavez che fa bella propaganda, e arrichisce vieppiù Noam Chomsky, da una vita docente al MIT, che non si trova nelle strade violente e sporche di Caracas ma nella quieta, ricca e vivacissima Boston. Sono contraddizioni proprio legate allo sviluppo dei fondamenti ideologici liberali dei Founding Fathers, Jefferson soprattutto, quando, a cavallo del XVII e XVIII secolo e per tutti i primi decenni dell’Ottocento, l’originario impulso federalistico caratterizzato dall’idea di "Stato minimo", già presente nel DNA del nuovo Stato, con Locke, Trenchard e Gordon, fino a Jefferson appunto, venne corrotto. Corrotto e offuscato da un centralismo sempre più imperante, fino al trionfo di Washington (una capitale artificiale, come lo saranno nel Novecento Canberra e Brasilia e altre) alla fine della Guerra civile, impropriamente nota come Guerra di secessione.
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