Category: libertaria

Volontarietà vs Coercizione

Impegnarsi affinché gli individui tra di loro interagiscano sempre più volontariamente e non tramite coercizione vuol dire una rivoluzione copernicana, vuol dire spiegare loro che la coercizione statale (ossia il modus operandi dello stato nei nostri confronti) non è per niente simpatica.

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Das Geld, i schei, i danè

La questione del denaro è affascinante perché riguarda un mezzo che usiamo quotidianamente ma sul quale pochi si interrogano. La questione è complessa ma penso che tutti dovrebbero iniziare almeno a capire cos’è quel pezzo di carta che hanno in mano, cosa rappresenta e da dove arriva.

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Cittadino del mondo

Ecco perché sono a favore nell’andare verso la direzione del titolo del paper, ossiaintegrazione economica e disintegrazione politica. Piccolo e aperto sono sinonimi di efficiente e ricco.

Certi concetti è meglio ribadirli più e più volte. Qui per leggere il resto e commentare.

La dittatura della maggioranza

Penso che molti libertarian compiano un grandissimo “errore di marketing” nell’attaccare a testa bassa la democrazia in quanto tale. Il problema dal mio punto di vista è che alla voce “democrazia” la filosofia politica libertarian associa semplicemente un sistema coercitivo basato sulla dittatura di minoranze organizzate (il parlamento, il governo, i partiti, “la “maggioranza” degli elettori, etc etc) ai danni di maggioranze non organizzate (l’insieme degli individui); coercizione fatta passare come giusta perchè vidimata dal voto popolare. Fondamentalmente sono d’accordo con questa visione ma penso che venderla a persone alle quali è stato insegnato fin da bambino che la democrazia è il sistema perfetto per vivere in società sia molto difficile e abbia bisogno di un corso minimo di un’ora per essere spiegata. Dato che mi sembra che l’individuo medio non abbia molta voglia di andare oltre la superficie delle cose, penso che questa strategia di marketing sia fallimentare. Ossia, i libertarian spesso passano paradossalmente per fascisti o monarchici. Oltre all’aspetto d’immagine, per andare più in profondo con il ragionamento e lasciar perdere l’individuo medio, io penso che questa strategia di delegittimazione non renda nemmeno come strategia politica per avvicinarsi sempre più a una società libera (dallo Stato): non penso si possa arrivare all’estinzione dello Stato nel corso della nostra vita, dall’oggi al domani senza una serie di lunghi e faticosi passaggi intermedi. Penso serva ancora un po’ di evoluzione dell’essere umano.

Secondo me la domanda che dobbiamo porci è “quale democrazia? e non tanto esclamare “no alla democrazia!“. Quando si parla di democrazia, si pensa soprattutto alla democrazia rappresentativa, ossia vengono eletti dei rappresentanti e morta lì. Questi “rappresentanti” solitamente possono fare il bello e il cattivo tempo e nonostante in teoria rispondino agli elettori, nella pratica rispondono ai capi dei loro partiti. Se invece passiamo a proporre un tipo di democrazia diversa, la faccenda cambia molto. La democrazia diretta è tutto un altro paio di maniche. Qui sono i cittadini che direttamente decidono riguardo innumerevoli temi; anche e soprattutto di natura fiscale. In Svizzera per esempio i referenda sono molto comuni. In Svizzera però si è votato anche per vietare la costruzione di minareti, ossia per mettere dei paletti molto pesanti alla libertà di disporre come meglio si crede della propria proprietà privata; e qui veniamo al punto successivo.

La democrazia diretta è migliore della democrazia parlamentare ma non è garanzia di non-coercizione in quanto può sempre capitare che una maggioranza tiranneggi una minoranza; e ricordiamo che l’individuo è la minoranza più bistrattata del mondo. Io penso che una parziale soluzione al problema possa essere quella di fissare in una costituzione delle norme molto rigide (cioè non facilmente modificabili da parte del parlamento) per tutelare i diritti dell’individuo; che nell’accezione libertarian è unicamente il “diritto negativo“. Quindi, riassumendo, una democrazia diretta nel quale una costituzione rigida impedisca alla maggioranza (o meglio, a una minoranza organizzata) di violare (più realisticamente, di violare il meno possibile) la libertà dell’individuo a colpi di leggi e referenda ma si limiti a legiferare (il meno possibile) su questioni amministrative ordinarie. Una democrazia, aggiungo, con un ordinamento giuridico di common law che in questo modo sia basata sulla consuetudine e non sulle bizze di legislatori creativi. Una forma simile di democrazia sarà sempre una dittatura della maggioranza, ma una dittatura mitigata; che è meglio di un calcio in culo. Una simile democrazia è difficile da creare in uno Stato già in piedi, è difficile riformare così tanto e così profondamente uno Stato già creato. Ecco un motivo per il quale sono un propugnatore di una esponenziale frammentazione statale (unita alla globalizzazione economica) che favorisca lo sviluppo di nuovi Stati più piccoli e più a misura di cittadino; i quali tendono a farsi la concorrenza tra loro (a beneficio dei cittadini) per l’accaparramento di cervelli e capitali.

Persone come Wes Bertrand (del cui podcast sono un fan accanito) non sarebbero d’accordo con me. La sua strategia è far sì che un considerevole gruppo di persone ignorino completamente lo Stato. Se questo numero di persone fosse elevato, allora lo Stato non potrebbe far niente. Patri Friedman invece crede che la salvezza ci venga dal mare, o meglio, andando in mare. Il suo Seasteading Institute è (sfortunatamente per ora solo) un’idea geniale: costruire comunità volontarie permanenti e autonome in alto mare per lasciarsi alle spalle la coercizione statale. Io in linea di principio concordo con l’impostazione “dura e pura” di Wes Bertrand e anche con il sogno marino di Friedman. Il fatto però è che reputo questi due approcci più difficili da realizzare del mio nuovo Stato Veneto. Sono d’accordo con l’idea di Hoppe della frammentazione a catena, anche se, a differenza di Hoppe, credo che la democrazia non sia una divinità che ha fallito ma un’evoluzione ancora (e non può che essere così) imperfetta di una forma di Stato; sempre di Stato, e quindi di coercizione, si parla. Tendo a percepire la democrazia come un’evoluzione di forme di stato più autoritarie e totalitarie. Non è la perfezione perché, come scritto all’inizio, è ancora un sistema coercitivo basato sulla dittatura di minoranze organizzate, ma è pur sempre meglio di forme più totalitarie nelle quali i diritti di proprietà sono disprezzati ancora di più. A mio modo di vedere, la strada più pratica non è quella dell’attacco alla democrazia ma del suo miglioramento. Si tratterà sempre di una coercizione nei confronti dell’individuo, ma meglio una sberletta che un sonoro calcio in culo.

Tuttavia è bene ricordare che si sta parlando di aria fritta. Fondamentalmente, nella pratica, non nutro nessuna speranza e penso che non ci sia altro da fare che salvaguardarsi il più possibile dalla violenza dello Stato, ossia la mafia con la bandiera.

(vignetta trovata su Wolverines!!!!!)

Te lo dico io come

Leggendo vari blog che sono lo specchio fedelissimo dell’intellettualità italica predominante mi sono definitivamente convinto che qui non c’è futuro. Ossia, all’interno di questo stato siamo condannati a un più o meno lento declino camuffato. Andremo avanti a mangiarci le ricchezze accumulate e a un certo punto, finita la ciccia da spolpare, ci guarderemo negli occhi esclamando: “e adesso?”.

Il problema principale, anzi, il nocciolo della questione secondo me sono i wannabe ingegneri sociali. La nostra società è permeata di ingegneri sociali: sono ovunque, sono tanti, sono spocchiosi e ci stanno portando alla morte. Non dico che lo stiano facendo di proposito, anzi, sono convinto che siano spinti dalle più nobili intenzioni; loro credono veramente di dare un contributo fondamentale al miglioramento della società. In realtà però ci stanno scavando la fossa. Il fatto è che sono istruiti e quindi pensano di essere intelligenti e quindi pensano di sapere cosa sia meglio per gli altri e quindi esigono che gli altri pensino e agiscano come loro. Si riempiono la bocca di belle parole come libertà, in realtà hanno in odio la libertà altrui di pensare e agire diversamente e vorrebbero una società cristallizzata nella quale loro e solo loro sono i detentori del bene. Hanno in odio la libertà delle persone di instaurare liberi rapporti basati sul mutuo interesse, ossia atti capitalistici tra adulti consenzienti, per dirla alla Nozik, perché vogliono difendere le persone da loro stesse con mille e mille regolamentazioni. Si dichiarano aperti e tolleranti, in realtà dietro la facciata si nasconde il pensiero unico triste che non ammette sgarri alla loro grande visione per una società più giusta.

Sono così saccenti che vogliono racchiudere l’immensa pluralità e meravigliosa diversità di milioni e milioni di individui e il loro interagire all’interno di schemi preordinati e di crescite armoniose. Si riciclano periodicamente. Una volta per esempio dicevano che l’URSS cresceva a ritmi inimmaginabili per il mondo occidentale e questo dimostrava la superiorità del socialismo. Quando l’URSS è crollata su se stessa (per l’impossibilità del calcolo economico nel sistema socialista) hanno iniziato con la crescita sostenibile e l’ambientalismo talebano (come dimostra, per esempio, il travaso di personaggi da Lotta Continua ai Verdi) dimenticando che i maggiori scempi ambientali avvengono laddove i diritti di proprietà non sono rispettati. L’eterna lotta dei collettivisti contro l’individuo e la sua proprietà si maschera e si trasforma ma la forma mentis è sempre quella: racchiudere le persone in schemi e dirigere l’azione umana per un fine superiore e un’idea malata di giustizia .

Di ingegneri sociali è pieno il mondo, in questo stato però sono veramente tanti; troppi. Sono a destra e a sinistra, al governo e all’opposizione, nei comuni, nelle province, nelle regioni, nei quotidiani, nelle scuole e nei blog. Contro costoro non serve nessuna battaglia politica: qua servirebbe una guerra culturale. Purtroppo però sono davvero tanti e “l’opinione pubblica” è forgiata a loro immagine e somiglianza. In altre parole, no future.

Questo è un post sfogo sui massimi sistemi che deriva dall’aver letto e osservato la realtà che mi circonda, dall’essermi scontrato quotidianamente o quasi con la burocrazia, con un sentire comune asfittico, con regole il cui unico scopo è mortificare il lavoro e la voglia delle persone di creare. Non so per quale motivo siamo arrivati a questi livelli ma la situazione dal mio punto di vista è insostenibile.

Me gavì pagontà.

P.S. Questo blog entra ufficialmente in modalità ferie dato che in agosto sarò impegnato a tornare studentello in un corso intensivo; si, sono scemo. Quindi, non prometto aggiornamenti del blog in agosto. In caso, buone ferie a tutti e mi raccomando: bevete molto, non uscite durante le ore più calde della giornata e mangiate leggero.

Difendere la Patria

La Svizzera relativamente a confronto con l’inferno italiano è un paradiso. Tuttavia è ovvio che non sia un paradiso assoluto: resta pur sempre un’entità statale, nonostante la forma confederata (che molti cercano sempre di annacquare anche là). In Svizzera, dal mio punto di vista, ci sono cotraddizioni anche molto grandi. Una di queste contraddizioni secondo me è la leva obbligatoria.

Dobbiamo capirci però. La Svizzera è rinomata per essere IL Paese neutrale per eccellenza. Questa sua neutralità però non è mai stata affidata alla bontà dei suoi vicini ma, al contrario, al suo esercito popolare. Ossia, neutralità armata: l’unica neutralità possibile.

Il fatto però di costringere i propri cittadini a servire per un periodo di tempo nell’esercito per difendere la neutralità svizzera è secondo me una coercizione inaccettabile in quanto lo stato, in pratica, ti sequestra rubandoti tempo ed energie. La leva obbligatoria è inaccettabile. Da un punto di vista di principio, se la popolazione ci tiene veramente a preservare la propria entità statale, non mancheranno di sicuro persone che, vuoi per ideali o per bisogno di lavoro o per entrambi, volontariamente entreranno nell’esercito. Io, per dire, non reputo accettabile nemmeno la leva obbligatoria in situazioni enormemente più calde (per usare un eufemismo) come in Israele. Anche lì, se gli israeliani ci tengono a preservare il proprio stato e il proprio diritto a esistere, un esercito senza la coercizione della leva si creerebbe comunque. Se questa volontà non c’è, non vedo allora perché si debba difendere la sopravvivenza di un’entità alla quale non si tiene.

Inoltre, il fatto che ci sia una libertà effettiva di comprare e possedere armi fa in modo che tutta la popolazione sia una sorta di esercito in potenza. La possibilità da parte di un cittadino di avere un’arma per difendersi è una sicurezza per la libertà di un popolo, non una minaccia come vogliono farci credere i proibizionisti. A dire la verità però il livello distruttivo raggiunto dagli armamenti moderni rende anacronistico l’ideale del cittadino-soldato che con il suo fucile si barrica in casa per sparare all’invasore. Ossia, basta schiacciare un bottone nucleare e ciao ciao interi stati. Tuttavia è sempre bene non sottovalutare, anche pensando a un’ottica interna di governi che degenerano, la deterrenza di una popolazione armata. In questa prospettiva, l’idea di compagnie private di difesa che operano al posto o anche a fianco dell’esercito è interessante, come scritto in questo post di Jinzo.

Tutto questo post per dire che il Gruppo per una Svizzera senza esercito ha presentato una iniziativa popolare per abrogare il principio della leva obbligatoria dalla costituzione. Nonostante parta da premesse che non condivido, cioè, da quello che ho capito io, un pacifismo sognante, sono d’accordo con l’iniziativa. Quindi, da Schweizliebhaber (spero sia corretto) quale io mi ritengo, auspico che alla fine prevalga il diritto del cittadino a non essere sequestrato dal proprio stato.

Avrei voluto sputare sulle banconote

Oggi sono andato a pagare le tasse e la sensazione che ho provato è stata identica a quella che avrei provato se avessi buttato i soldi giù nel cesso: stessa utilità.

Le tasse sono il prezzo che paghiamo per ricordarci la nostra posizione di schiavi dello stato italiano. Le tasse servono per spronarci a perseverare per provare a uscire in un modo o nell’altro da questa gabbia di pericolosi matti. Oggi sono più povero e più incazzato di ieri. Sempre più povero e sempre più incazzato.

Una grande famiglia di svitati

Perché che tristezza se non ci fosse un po’ di autoironia ogni tanto.

By the way, io mi riconosco nell’island, nell’apostle e nel caveat emptor :)

Costretti ad essere ricchi

Specialmente in tempi di crisi e di incertezze molto pesanti, si sentono inevitabilmente da parte dei politici e di lobby interessate discorsi tendenti al protezionismo. Io trovo che questi discorsi siano estremamente interessanti perché nonostante la storia sia lì a mostrarci come il protezionismo sia stato praticamente sempre deleterio, ecco che immancabilmente spunta l’ideona: protezionismo!

Le lobby che chiedono misure protezionistiche fanno parte di settori che non reggono, o reggono male, la concorrenza estera. Queste aziende, invece di chiudere o fare altro o migliorarsi in quello che fanno, chiedono la barriera statale per essere protetti dall’esterno. In questo modo si ottiene che:

a) Il cittadino comune paga di più una merce o un servizio che prima trovava a meno grazie all’azienda estera, e quindi spende soldi che magari avrebbe usato per altro o per risparmio. Potrebbe anche capitare che non acquisti proprio il bene “protetto” perché uscito dalle sue possibilità economiche. Il protezionismo danneggia soprattutto le persone comuni, quelle con meno disponibilità finanziarie.
b) L’azienda “protetta” non ha stimoli per migliorarsi in quanto, essendo la concorrenza estera tagliata fuori, vive in un regime di protezione statale nel quale soggetti più dinamici non possono partecipare. Aziende decotte rimangono in vita interrompendo il naturale e salutare ciclo dell’innovazione.

Paradossalmente parlando, se ai tempi della rivoluzione industriale ci fosse stata la UE con le sue laute sovvenzioni all’agricoltura, milioni di contadini non si sarebbero spostati nei distretti industriali e le società europee sarebbero diventate molto meno ricche; per usare un eufemismo. Questo è quello che comporta l’innovazione: l’abbandono di vecchi settori per la nascita di nuovi settori con più valore aggiunto e il conseguente aumento del benessere per tutti. Se attraverso il protezionismo o le sovvenzioni produciamo una distorsione del mercato, non facciamo altro che renderci più poveri. Un altro effetto sgradevole del protezionismo è il suo comportare inevitabili guerre commerciali. Anche in questo caso la storia ha milioni di esempi. Se lo stato X alza una barriera protezionistica contro la tal merce del tal stato Y, questi si vendicherà alzando una barriera contro la talaltra merce dello stato X. In questa spirale perversa quindi ci perdono tutti e soprattutto, ancora una volta, le persone comuni che si vedono di punto in bianco i prezzi aumentare. In un regime protezionista, la gente è costretta ad essere ricca per avere quei servizi e quei beni che in un regime di libero scambio si potrebbe procurare con meno.

La chiave per la prosperità è la libertà di commercio. In un contesto di piccolo villaggio chiuso nei confronti dell’esterno non abbiamo grandi ricchezze e grandi innovazioni ma un’economia povera di sussistenza nella quale gli abitanti del villaggio tirano avanti a campare senza prospettive. Più allarghiamo il campo e più possibilità per tutti ci sono. Chi parla di protezionismo parla in realtà di povertà. I due termini sono sinonimi.

Il manuale per lo schiavo perfetto

L’intervista in questione l’ho sentita anch’io ed è stata un’esperienza surreale.