Sarò old fashioned, ma a me in una recensione musicale piace sapere del disco, del genere, della musica. In una recensione musicale, di discorsi sui massimi sistemi scritti in un italiano incomprensibile non mi interessa nulla. Purtroppo la piaga del recensore incomprensibile prende sempre più piede e mi ritrovo con una rivista musicale tipo Rumore nella quale posso trovare delle recensione che riescono a non dire nulla del disco recensito. Quand’è successo che scrivere di musica è diventata una professione per intellettualoidi che non dicono niente? Che tristezza.
Prendiamo Crooks & Lovers dei Mount Kimbie. Far capire di cosa si tratta quando si parla dell’ultimo lavoro del duo inglese non è affatto difficile: techno minimale. Un album di scarni beat nel quale la pausa tra un battito e l’altro è essenziale quanto il beat stesso. Qua e là inserti vocali che servono a cesellare l’opera e suoni di chitarra o altri strumenti per dare un senso di armonia al tutto. Musica elettronica adatta non molto al ballo dei corpi (almeno, non tutte le canzoni) ma al ballo della mente. Un album che, se il genere piace, al primo ascolto non si può non esclamare fuck yeah. La musica è astrazione che parte dalla solidità del suono. I Mount Kimbie riescono a fare pura astrazione. Solida come un battito, come una pausa.
C’erano una volta gli OutKast e, a dire la verità, ci sono ancora. Dato però che gli ultimi lavori del duo mi lasciano un po’ con l’amaro in bocca, facciamo finta che gli OutKast non ci siano più e che magari tra un po’ si rimetteranno insieme per fare un nuovo album fikissimo.
Che bello. Che bello. Che bello! In macchina, davanti al computer, allo stereo, dall’iPhone con le cuffie: non faccio altro che ascoltare il nuovo album dei Roots, ovunque. Il nuovo album dei Roots è la quintessenza della figaggine, della blackness, della musica di qualità che incontra il mainstream. Detto in termini più chiari: How I Got Over dei Roots è devastantemente perfetto.


Non riuscivo proprio a capire perché This Is Happening, ossia l’ultimo (in tutti i sensi, almeno a sentire James Murphy) disco LCD Soundsystem, mi lasciasse con l’amaro in bocca, con la sensazione che qualcosa che non fosse al proprio posto. Sarà perché è forse l’album che sembra più suonato dei tre, sarà perché forse Murphy si lancia troppo spesso ad abbozzare un canto. Non riuscivo a capire e ancora non riesco a capire bene. Però è successo che questo album all’inizio non mi piaceva per niente mentre ora mi piace, eccome se mi piace. L’ho tenuto due settimane sbocconcellandolo ogni tanto fino a quando mi sono accorto che, mistero, era un grande album.
Si parte con un piede fantasticamente giusto con A Great Day e viene subito da pensare che The Fall of 1960 sia in grado di regalare davvero grandi giorni. Spero vivamente che con questo nuovo album ai





