
Buona fine e buon inizio a tutti. Ci vediamo di là, nel numericamente poco estetico 2011 ben sapendo che tutti i nostri buoni propositi per il 2011 andranno in cagona come al solito.
Yoshi likes what you don't like

Buona fine e buon inizio a tutti. Ci vediamo di là, nel numericamente poco estetico 2011 ben sapendo che tutti i nostri buoni propositi per il 2011 andranno in cagona come al solito.

Basta classifiche di fine anno, cazzo, basta! Ho 31 anni, sono un ometto e non mi sembra proprio il caso di fare ancora la classifica dei migliori album del 2010. Molto più maturo invece fare una compilation con in copertina una donina niuda che racchiuda 22 canzoni da fogo del 2010. Fuck yeah!
Domilaediexe è la compilation di questo fine 2010 che raccoglie un po’ del meglio della musica uscita quest’anno secondo me. Sono 22 canzoni per 178,3 MB per un’ora, ventitrè minuti e trentatrè secondi. Una compilation pesante dato che quest’anno è uscita musica pesantemente bella. Enjoy!
I N*E*R*D non è che siano il gruppo che mi sta più simpatico in assoluto, diciamo. Troppo fighètti persino per me.
Però bisogna dire che con la musica ci sanno fare molto. Nothing è un album che mi scatena emozioni forti. Un album che ha un’energia pazzesca intrisa di uno stile stellare. Lo stile cazzo, lo stile! Non so se abbiano usato musicisti in carne e ossa o no, ma ogni canzone “suona suonata” e la sensazione è di un’estrema pastosità. Lo stile! Ogni canzone è perfetta, le lente, le calme, le andanti: tutte trasmettono un’emozione. Scritta così sembra una scemata adolescenziale, ma è così! Lo stile!
Probabilmente la faccenda è semplice: in un’epoca di grandi effetti speciali che nascondono il pochino che c’è dietro, i N*E*R*D sono in grado di scrivere e produrre canzoni come il porcocazzo comanda. Delle porcocazzo di canzoni che trasmettono emozioni. Lo fuckyeah stile!
Da ascoltare rigorosamente con le cuffie. Probabilmente è il mio disco dell’anno.
David Andrew Sitek è “il bianco” dei Tv On The Radio. È un produttore e un chitarrista ed ha uno sguardo furbetto.
Ha fatto uscire il suo primo disco solista, il progggetto si chiama Maximum Balloon ed è ovviamente una figata inimmaginabile; d’altronde siamo sempre di fronte a un esponente dei TVOTR. Dieci canzoni in ognuna delle quali c’è un ospite che ci mette la voce. Gente tipo Karen O dei Yeah Yeah Yeahs, i suoi compari Tunde Adebimpe e Kyp Malone, David Byrne, etc etc.
Le tracce hanno un filo conduttore abbastanza lieve e quella che emerge è la personalita degli ospiti. Dieci tracce che sembrano quasi una compilation; una compilation fighissima.
Menzione speciale per la prima canzone, Groove Me, che ospita il rapper fighètto Theophilus London. Una canzone che io reputo in-cre-di-bi-le e che avrò ascoltato in repeat quindici volte di fila senza mai stancarmi.

Nel mio iPhone ho una compilation che cambia periodicamente. Qualche canzone esce e qualche canzone entra. Avanti così e in un mese cambiano tutte le canzoni. Si chiama ciclo della vita, anzi, della musica e inizia la mattina. Infatti la compilation si chiama Pure Morning e me la ascolto la mattina quando salgo in macchina. Magari salto qualche canzone, magari non la ascolto tutta, però è sicuro che quando salgo in macchina la mattina per iniziare un nuovo produttivo e proficuo giorno lavorativo qualche canzone dalla suddetta compilation me la sparo. La caratteristica è una sola: la mancanza di omogeneità stilistica, un po’ come le canzoni che passa Isoradio.
Ho quindi pensato una cosa: rendiamo fruibile anche ai cari lettori questa compila! Scaricate la versione attuale (magari tra qualche giorno la mia la cambierò) della compilation mattutina di Yoshi. Scaricate Pure Morning with IsoYoshi (47 minuti e 3 secondi e 90,3 MB).
PS Potete scaricare anche solo Keep On Falling aggratis dal sito dei Lava Lava Love, cioè un nuovo gruppo anch’esso in odore di Phiorio Mapphia.
Sono un diverso, sì.
Da ragazzino non ho mai passato la fase metallara. A casa non ho nessun cd degli AC/DC, dei Metallica, degli Iron Maiden, etc etc. Ho iniziato subito con l’hip hop e in seguito con la musica elettronica in generale. Il rock in senso lato è arrivato dopo grazie alla curiosità musicale che, fortunatamente, mi contraddistingue. Il mio imprinting musicale non ha previsto chitarre insomma.
Detto questo, Wilderness Heart dei Black Mountain mi piace parecchio. Mi sono procurato questo album dato che la mia timeline di Twitter era intasata di gente che non diceva altro che bene dell’album in questione. Provare ad ascoltarlo era il minimo. ‘Sto album è formato da canzoni tirate che non aspettano altro che stormi di capelloni facciano ondeggiare i propri lunghi capelli retaggio di un’epoca che fu e da canzoni più calme, più folk. Tutto però è sempre sul crinale del famoso gesto, tutto sapientemente miscelato per far suonare questo album attuale e non caricaturale.
Saranno le mie orecchie non troppo abituate a queste sonorità, ma i Black Mountain per me sono una piacevole ventata di aria fresca in una bella giornata di sole. Evviva le chitarre, evviva i capelloni.
Janelle Monáe è, come suggerisce il nome stesso, una bella ragazza proveniente da Kansas City che di professione fa la ballerina e la cantante.
La ragazza è un bel personaggio che sprizza creatività e, sì, arte. Il suo The Archandroid è un album denso ed estremamente salutare. Cosa fa Janelle Monáe in questo album? Mah, per riassumere potrei usare il termine pop nella sua accezione migliore. Entrando in profondità in quel termine potrei buttare lì R&B in una versione che ormai avevamo purtroppo dimenticato a causa di chiappute cantanti che fanno album con lo stampino, tutti con quel superficiale apporto del più smarso hip-hop. No, a parte qualche eccezione, le chiappute negrone che cantano il moderno R&B le considero meno di zero.
Janelle Monáe invece è talmente raffinata da farti passare indolore un album di 18 tracce e lasciarti meravigliato per la qualità del tutto. Un’artista che con questo album, in definitiva, è una delle migliori rappresentanti della black music che può interessare anche chi non ha la negritudine dentro.
Sarò old fashioned, ma a me in una recensione musicale piace sapere del disco, del genere, della musica. In una recensione musicale, di discorsi sui massimi sistemi scritti in un italiano incomprensibile non mi interessa nulla. Purtroppo la piaga del recensore incomprensibile prende sempre più piede e mi ritrovo con una rivista musicale tipo Rumore nella quale posso trovare delle recensione che riescono a non dire nulla del disco recensito. Quand’è successo che scrivere di musica è diventata una professione per intellettualoidi che non dicono niente? Che tristezza.
Prendiamo Crooks & Lovers dei Mount Kimbie. Far capire di cosa si tratta quando si parla dell’ultimo lavoro del duo inglese non è affatto difficile: techno minimale. Un album di scarni beat nel quale la pausa tra un battito e l’altro è essenziale quanto il beat stesso. Qua e là inserti vocali che servono a cesellare l’opera e suoni di chitarra o altri strumenti per dare un senso di armonia al tutto. Musica elettronica adatta non molto al ballo dei corpi (almeno, non tutte le canzoni) ma al ballo della mente. Un album che, se il genere piace, al primo ascolto non si può non esclamare fuck yeah. La musica è astrazione che parte dalla solidità del suono. I Mount Kimbie riescono a fare pura astrazione. Solida come un battito, come una pausa.
C’erano una volta gli OutKast e, a dire la verità, ci sono ancora. Dato però che gli ultimi lavori del duo mi lasciano un po’ con l’amaro in bocca, facciamo finta che gli OutKast non ci siano più e che magari tra un po’ si rimetteranno insieme per fare un nuovo album fikissimo.
Big Boi, quello forse meno appariscente e, probabilmente, più dotato del duo ha però fatto uscire il suo album di debutto come solista e la buonissima notizia è che l’album si posiziona lassù in cima, tra le cose più fike di questo 2010.
Sir Lucious Left Foot: The Son of Chico Dusty è un album rigoglioso, gioioso, ubertoso e contagioso. È un album straripante funk e soul e porco il mondo che c’ho sotto i piedi Big Boi si dimostra un rapper immenso; uno dei migliori della sua generazione. Come se ce ne fosse bisogno, gli ospiti presenti alzano ancora di più l’asticella verso l’eccellenza: George Clinton, Vonnegutt, T.I., Gucci Mane, etc etc.
Ora ci spero veramente nel nuovo fantastico album degli OutKast.
Che bello. Che bello. Che bello! In macchina, davanti al computer, allo stereo, dall’iPhone con le cuffie: non faccio altro che ascoltare il nuovo album dei Roots, ovunque. Il nuovo album dei Roots è la quintessenza della figaggine, della blackness, della musica di qualità che incontra il mainstream. Detto in termini più chiari: How I Got Over dei Roots è devastantemente perfetto.
La caratteristica dei Roots, se non lo sapete, è quella di essere una hip hop band, ossia fondamentalmente fanno rap (ma non solo) con musica suonata con “strumenti veri”. I Roots sono un gruppo sul quale fare affidamento. Nonostante qualche passetto falso in passato, sai che loro sono sinonimo di qualità e di musica che non si può definire se non come figa. Il piacere fisico che provo ascoltando How I Got Over deriva dal fatto che è un album fatto da Professionisti con la P maiuscola (come scrive Pitchfork) e c’ha un groove che spacca dalla prima all’ultima canzone; e scusate la terminologia da brodah.
La grandezza di questo album è dovuta anche ai tanti ospiti che impreziosiscono le canzoni: Jonh Legend, Dice Raw, Joanna Newsom, Monsters of Folk, etc etc. Quasi ogni canzone di avvale di collaborazioni che rendono l’album vario ma sempre rootslostico. Per quanto mi riguarda, sicuramente un album destinato a restare.